Giovanni Duminuco finalista al Premio Montano 2017

E’ veramente una grande gioia per noi dell’Associazione Culturale Libellula, apprendere che la raccolta di poesie “La ferita distorta dell’agire” di Giovanni Duminuco (Formebrevi Edizioni 2016) è finalista alla XXXI edizione del Premio Lorenzo Montano http://www.anteremedizioni.it/opera_edita

Giovanni Duminuco ( già Premio Lorenzo Montano 2013 per la raccolta poetica inedita “Dinamiche del disaccordo”) conferma così quello che noi già sapevamo da tempo: di essere un autore di poesia di assoluto rilievo, e con il progetto editoriale Formebrevi, un partner fondamentale per le future iniziative culturali e editoriali del Fondo Librario di Poesia Contemporanea di Morlupo.

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Poesia in prosa quella di Duminuco, che slarga contemporaneamente su diversi universi semantici dove mondi solitamente tenuti in disparte vengono connessi da una forza sintattica che ha dell’epico. L’autore passa da una riflessione filosofica già teologizzata al nichilismo, al lamento per non essere fatto parte di una memoria comune la quale a sua volta, in una vorticosa associazione, dichiara che quando pensiamo ci stiamo mentendo, poiché in effetti le parole si ripiegano nel breve orizzonte della vita dei corpi. Tutto ciò nel giro di un periodo sintattico che consegue lo spazio dell’aforisma.
(dalla postfazione, a cura di Peter Carravetta)

Giovanni Duminuco, La ferita distorta dell’agire

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15 marzo Biblioteca Consorziale di Viterbo Carlo Bordini

di Viviana Scarinci

Carlo-fc16c“Sono sempre stato un ribelle e anche un timido nello stesso tempo. Dico questo per spiegare perché per me la parola “letteratura” è sempre stata sinonimo di qualcosa di odioso e di disprezzabile. Perché in essa ho sempre sentito la presenza dell’istituzione”. Carlo Bordini

20170305_082227Il mio approfondimento della poesia di Carlo Bordini ha avuto un’origine del tutto casuale. E’ accaduta in libreria nel 2010 poco dopo la pubblicazione della prima edizione per Sossella de I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975 – 2010. Naturalmente conoscevo il profilo di Bordini poeta ma il mio innamoramento di lettrice è avvenuto per via di quel libro, sei anni fa. L’entusiasmo che mi suscitò la lettura delle sue poesie, mi spinse a contattare Carlo per un progetto che il Fondo Librario di Poesia di Morlupo stava ideando con l’Istituto di Istruzione Superiore Margherita Hack allora Liceo Scientifico Piazzi. Progetto reso possibile poi anche dalla partecipazione dei poeti Marco Giovenale e Luigia Sorrentino.

Quindi mi sono trovata a coinvolgere Bordini in un’iniziativa del tutto sperimentale che si prefissava avventurosamente di illustrare ad alcuni giovanissimi un’ipotesi: quella che il linguaggio poetico potesse non essere un’eventualità così remota rispetto al mondo reale. La scrittura di Bordini (che in quell’occasione poi offerse un reading memorabile nell’aula magna dell’Istituto) mi sembrava straordinariamente adatta a suggerire un approccio alla poesia a chi poteva non averla mai letta, salvo che a scuola ma che grazie ad antenne ancora sensibili, avrebbe potuto cogliere un segnale, di quanto un linguaggio un po’ diverso da quello cui si è abituati, possa esprimere con forza inimmaginabile un proprio ruolo anche nell’ambito della più stringente contemporaneità. bpNel frattempo mi ero già procurata un vademecum imprescindibile per ogni bordiniano che si rispetti: Manuale di autodistruzione (2008). Così ho finito per scoprire un altro lato di uno scrittore che qualcuno aveva già definito poeta narrativo.

memorie_stesoInfine grazie a Memorie di un rivoluzionario timido, sono stata in grado di cogliere fino a che punto la figura dell’intellettuale Bordini abbia avuto un’ulteriore e imprescindibile merito che lo lega alla storia recente del nostro Paese. Bordini in quest’ultimo libro si mostra come un autore capace di una lettura volutamente “marginale” dei fatti, discostata dai linguaggi e dalle fonti letterarie e storiche che si propongono come interpreti del passato recente. Una lettura tanto differente, soprattutto in termini di linguaggio, da offrire un tassello importantissimo per la ricostruzione di una memoria la cui integrità rischia di essere compromessa con il passare degli anni.

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Per questo ho aderito con gioia all’invito al dialogo con Carlo Bordini fattomi da Elvira Federici, la curatrice di un progetto interamente dedicato alla poesia contemporanea. L’appuntamento è il 15 marzo, presso la Biblioteca Consorziale di Viterbo alle 17,30 nell’ambito della rassegna Elogio della poesia.

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Poeti dal fondo: Giorgio Bonacini

“Che siano bambini o sogni, plurime apparenze o idee proiettate, non importa al lettore instradato da Giorgio Bonacini su un percorso che ha quasi la forza di una rivelazione non comunicabile” R. Pierno

E avremmo smesso già
da tempo di graffiarli, urtarli
disarmarli e di sprecare i loro
volti e consumarli – e discendendo
dove l’argine si abbassa dentro
il fiume, scivolando a scorticarci
li avremmo poi soccorsi, presi
al volo e sollevati e portati
quasi incolumi al sollievo.
E lì, al riparo di un sostegno
ci saremmo scrollati il torpore
cacciato l’oblio dalla voce
e dall’acqua li avremmo salvati
asciugati, e forse guariti.

Segnaliamo un nota di Rosa Pierno su L’infanzia dei nomi ebook di Giorgio Bonacini

poeti dal fondo: Andrea Raos

di Viviana Scarinci

In occasione di alcune domande poste a Andrea Raos su poesia e traduzione il discorso è andato oltre il presupposto iniziale toccando attraverso il tema della poesia argomenti di attualità e interesse generale. Di seguito uno stralcio del discorso che può essere letto interamente qui.

“(…) Del resto, se pensi a quanto è giovane l’umanità rispetto alle galassie, a quanto è niente, ci rendiamo conto che le possibilità future della scrittura – o di quello che sarà – sono sconfinate, perchè davvero abbiamo a malapena iniziato. Chissà se nella nostra ridicolaggine e piccolezza verremo un giorno cantati dai pianeti, magari in un poema satirico su questo piccolo popolo che aveva un pianeta meraviglioso e l’ha ucciso. Un po’ come noi barbaramente sorridiamo degli antichi abitanti dell’isola di Pasqua.
La galassia è la nostra forma e i nostri pochi momenti di vita (il nostro “tempo degli insetti”), da mattina a sera, sono il bene e il male che improvvisiamo (…) . Andrea Raos

Poeti dal Fondo: Stefania Crozzoletti

di Viviana Scarinci

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Stefania Crozzoletti

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Poco prima della guerra

Quando le si volterebbero volentieri le spalle alla Storia? Si chiede Alessandra Pigliaru nella prefazione del libro di Stefania Crozzoletti da cui è estratta la seconda poesia che ho scelto di raccontare in questa camera di condizionamento. Il libro si intitola Poco prima della guerra e fa parte della seconda raccolta poetica di questa autrice. Si tratta di un libro che sembra delineare per stralci la mutevolezza di uno stato di famiglia iscritto in qualcosa di appena conquistato, come può essere la vita adulta, quando accade a qualunque età di volgere lo sguardo a quello che sono, o quello che ne è stato, della madre e del padre. C’è da chiedersi infatti quale sia la guerra di cui la memoria di Crozzoletti è superstite in queste poesie. Se una guerra da copione, quella che tutti sanno, che ha una data di inizio, fine e un dopoguerra tutto di ricostruzioni. O se questa poesia non provenga proprio da quella guerra inscindibile da un prima e un poi, che costituisce la vita adulta, ossia un luogo interiore delimitato da ciò, o da chi, all’ultima conta, risulta mancante. Sasso incide sasso e l’equazione riguarda un azzeramento e una costatazione, tutto qua. Poi se è l’ombra a dichiarare quanto tutto sarebbe potuto essere diverso, quanto noi saremmo potuti essere diversi, magari un giorno lo saremo davvero o lo siamo già nelle pieghe mutevoli di quello stato di famiglia che si confonde con la notte della Storia. Continua a leggere

Una poesia dal Fondo: Hilde Domin

di Viviana Scarinci

Hilde Domin

Hilde Domin

Lettere su un altro continente

Lettere su un altro continente

Hilde Domin, classe 1909, è tra quei poeti che hanno vissuto direttamente le conseguenze del nazismo sulle loro vite. Ma più che la bufera che imperversava in Europa in quegli anni su ebrei, minoranze etniche e oppositori al regime, Domin sosteneva che fosse stata sopratutto la poesia a entrare inaspettatamente nella sua vicenda personale come una seconda vita o come dovrebbe fare l’amore, del tutto inaspettatamente e senza invito. E’ una seconda vita quella che l’avvento della poesia impone secondo Domin, non sul piano metaforico ma bensì su quello temporale. Quindi la poesia può arrivare a dividere la vita in due parti anzi in due vite separate e differenti, quella della donna di prima e quella della seconda donna. Per quel che la riguarda lo spartiacque, la stessa Domin lo individuerà nella morte della madre avvenuta quando si trovarono, madre, figlia e il marito di lei, da esuli nella Repubblica Dominicana per un periodo di quattordici anni. Il tema nella poesia qui proposta è la distanza che fa dell’elementare inconciliabilità – tra fisica delle mani che si muovono in una stanza e metafisica dell’occasionalità di un sogno – una sorta di paradigma domestico che sfuma oltre la casa e la stanza in cui le mani sono impegnate in un’evidenza che potrebbe significare tutt’altro. Si ha come l’impressione che l’autrice confessi in questa poesia di vivere di una visione dimezzata la cui parzialità la rende una presenza integra a chi la guarda ma allo stesso tempo inconoscibile a se stessa. Impossibile sapere di sé se non attraverso l’occhio dell’altro che può a sua volta essere guardato ma solo da lontano e non oltre l’inconoscibilità del suo profilo Continua a leggere