Vi racconto come è andata a Campagnano

SAM_3362.JPGSabato 13 gennaio ha avuto luogo con successo, presso il polo bibliotecario di Palazzo Venturi a Campagnano la presentazione di Annina tragicomica. L’evento  è stato curato da Anna Maria Curci e organizzato dall’Assessore alla Cultura del Comune di Campagnano Giovanna Mariani.

di Viviana Scarinci

SAMSUNG CSCL’evento è stato possibile grazie alla sensibilità e l’ospitalità all’Amministrazione Comunale di Campagnano, e il ringraziamento che ho la necessità di esprimere anche in questa sede, non è retorico. Non è stato facile trovare una sede editoriale opportuna per la pubblicazione di un libro come Annina tragicomica che non appartiene a nessun genere letterario. E di conseguenza non è semplice trovare un luogo opportuno per la presentazione di un libro sui generis come Annina. Il fatto che questa opportunità sia stata offerta da contesti istituzionali e semi istituzionali, come nel caso di Campagnano, e delle presentazioni del libro avvenute in precedenza a L’Aquila e Caltanissetta, va sottolineato come un dato civico estremamente positivo.

SAM_3362.JPGAnnina tragicomica come libro, nasce ed esiste perché si fonda su logiche estranee a quelle commerciali fin da quando, in modo del tutto inaspettato da parte mia, è stato pubblicato da Formebrevi. In effetti con le stesse finalità non commerciali attraverso le quali l’etichetta discografica ARK Records, rese possibile nel 2014, l’uscita del CD La favola di Lilith.

Formebrevi è  un’associazione culturale, impegnata in un progetto editoriale no profit, attraverso il quale sono stati pubblicati libri con caratteristiche estremamente differenti tra loro ma tutti orientati verso un modo di intendere la scrittura come qualcosa di non conforme a quelle che sono le linee guida relative alla commerciabilità del libro come prodotto.

annina-tragicomica-scarinci-3DCiò anche e soprattutto intendendo il libro come oggetto d’arte, ad esempio nel caso di Annina tragicomica la pittrice Klaudia Jaworska, autrice dell’immagine di copertina, ha collaborato direttamente alla produzione editoriale del libro. I libri Formebrevi, quindi, sono scelti e trattati con estrema cura dall’editore che non richiede alcun contributo agli autori. I proventi della vendita dei libri editi serviranno a finanziare la pubblicazione dei libri che lo saranno successivamente.

SAMSUNG CSCL’ associativismo e le Istituzioni in questo senso ricoprono un ruolo fondamentale per restituire luogo a certe realtà culturali, ma anche sociali, le cui logiche sono naturalmente estranee alle dinamiche di massa, le quali dinamiche puntano spesso alla spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti ponendo a scusa la non immediatezza della fruibilità di quanto, di creativo e interessante, si manifesti sulla base di presupposti differenti rispetto a quelli noti. 

SAMSUNG CSCL’attenzione alle esigenze delle comunità reali passa anche attraverso la promozione di un linguaggio performativo che ha luogo nelle dinamiche di un certo modo di intendere l’evento culturale legato all’arte intesa come unicità e originalità dei contenuti. Ciò significa riconosce pubblicamente e collettivamente la poesia come esigenza dell’umano. Questo è qualcosa, che posso testimoniarlo, fa bene a tutti quelli che ne vengono anche solo sfiorati.

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Libri dal Fondo: Antonia Arslan

Tra i numerosi libri custoditi nel Fondo di Poesia di Morlupo esiste una piccola collezione che non si riferisce alla poesia, almeno non direttamente. Si tratta di studi o romanzi che possono essere collocati per il tema che trattano, sia analiticamente che narrativamente, nell’ambito vastissimo della scrittura femminile. Oggi segnaliamo come consultabile presso il Centro Libellula, un libro molto interessante: Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana tra ‘800 e ‘900 di Antonia Arslan edito da Guierini e Associati nel 1998.

Dame, Galline e Regine di Antonia ArslanSi tratta di una raccolta di saggi, che l’autrice pubblica in varie sedi tra il 1980 ed il 1995, i quali, trovano un loro comune denominatore nella ricerca in ciò che Arslan chiama “galassia sommersa” della scrittura femminile che va dall’Unita d’Italia fino alla prima guerra mondiale. Arslan guarda alle autrici proposte con uno sguardo rivolto alla definizione di un pubblico unico, fatto tanto di lettrici che di scrittrici che influenzeranno in mondo importante e con una continuità insospettabile, i comportamenti sociali di un esteso gruppo di donne. Donne formatosi più che a scuola, attraverso la letteratura scritta da altre donne e spesso espressamente rivolta a loro, secondo schemi e scopi molto precisi.

estratto da Dame, galline e regine

arslan_antoniaAntonia Arslan è scrittrice e saggista italiana di origine armena. Laureata in archeologia, è stata professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Attraverso l’opera del grande poeta armeno Daniel Varujan, del quale ha tradotto le raccolte II canto del pane e Mari di grano, ha dato voce alla sua identità armena. Fonte http://www.antoniarslan.it/

Formebrevi: un Premio alla scrittura di ricerca

L’Associazione Culturale Libellula è lieta di segnalare l’apertura delle iscrizioni alla II edizione del Premio Letterario Formebrevi. L’Associazione Culturale Formebrevi è una realtà associativa con la quale collaboriamo strettamente anche in ambito editoriale. Il Premio Formebrevi rappresenta un’opportunità imperdibile per tutti coloro che credono nella scrittura come strumento di ricerca non astruso ma strettamente connesso a ogni forma di espressione della realtà che ci circonda. Inoltre, come sottolinea Giovanni Duminuco, presidente dell’Associazione Culturale Formebrevi ideatrice e promotrice dell’iniziativa: “Il Premio Letterario, così come tutte le iniziative di Formebrevi, è completamente autofinanziato e non gode di contributi pubblici. Ciò si traduce nel nostro impegno quotidiano affinché si porti avanti una pratica culturale libera e aliena alle logiche di mercato”

Di che si tratta? Il Premio Letterario Formebrevi viene assegnato ad opere di poesia e prosa che si distinguano per la qualità, la peculiarità e la ricerca stilistica. Le opere con le quali si partecipa dovranno essere inedite, in lingua italiana e mai premiate o segnalate in altri concorsi letterari. Il Premio è disciplinato dal presente regolamento e si articola nelle seguenti sezioni:
Sezione A – Poesia. Si partecipa inviando una raccolta inedita di poesie per una lunghezza minima di 250 versi;
Sezione B — Prosa. Si partecipa inviando un’opera inedita in prosa, anche in raccolta, a tema libero, per una lunghezza massima di 200.000 battute (spazi inclusi);
Sezione C — Le forme del dire. Si partecipa inviando una raccolta inedita di “scritture brevi” per una lunghezza massima di 50.000 battute (spazi inclusi). Sono ammesse raccolte di prose brevi e frammenti filosofici. Le opere con le quali si partecipa dovranno presentare uno spiccato senso di ricerca e innovazione letteraria.

Tutte le informazioni e iscrizioni Qui  

Editoria: il nostro accordo con FORMEBREVI

di Viviana Scarinci

formebrevi-edizioni-libri-3Sono lieta di comunicare che sulla base di un accordo di collaborazione sancito di recente con Formebrevi Edizioni, entro a far parte di questa realtà editoriale con il ruolo di co-redattrice. La collaborazione già definita tra Formebrevi e il Fondo Librario di Morlupo, che si esprimerà attraverso diverse forme di produzione editoriale dedicata, si allarga quindi fino a comprendere un mio contributo professionale più ampio. Davvero lieta di intraprendere un nuovo percorso nella microeditoria in cui sento di potere riconoscere sia il mio orientamento etico che la mia personale ricerca nell’ambito della scrittura.


Piccolo manifesto di FORMEBREVI edizioni 

Crediamo nella cultura libera da vincoli, nella libera circolazione delle idee; crediamo nelle contaminazioni, nel dialogo e nell’apertura all’alterità. La diversità è per noi strumento di crescita e di confronto, di reciproco arricchimento. Crediamo nella libertà di parola e di espressione, nella sperimentazione e nella ricerca. Crediamo nella libera fruizione e nel libero confronto del sapere. Nella libertà di modificare l’ordine.

Formebrevi è una casa editrice non a pagamento. Un progetto editoriale indipendente e autoprodotto. Pubblica scritture non convenzionali aperte alla ricerca.

EVENTI: sabato 19 novembre a Verona

anteremCome ogni anno, il Forum Anterem si terrà presso la Biblioteca Civica di Verona e il Fondo Librario di Poesia di Morlupo quest’anno avrà il piacere di partecipare per la seconda volta. Nell’occasione del trentennale del Premio Lorenzo Montano, gli appuntamenti saranno ben quattordici e si svolgeranno dal 12 al 19 novembre. Continua a leggere

Un premio letterario per gli inediti!

formebreviconcorsoSe con in il 31 ottobre sono scaduti i termini di invio dei libri di poesia scritti in italiano e di quelli tradotti al Premio Morlupo Città 2016, è ancora possibile partecipare al concorso letterario indetto dalla casa editrice Formebrevi. Il termine fissato per la partecipazione è la mezzanotte del 21 marzo 2017. Si partecipa con testi inediti, si vince la pubblicazione. Formebrevi è una casa editore con cui il Fondo Librario di Morlupo e il Centro Libellula collaborano strettamente. Tutte le info

Immagini da un incontro memorabile

Grazie davvero alla meravigliosa opportunità di ascolto e di scambio offerta a tutti noi da Anna Maria Crispino, sabato scorso. Grazie alla competenza alla sensibilità di Marta Paniccia alla quale dobbiamo parte della buona riuscita di questo evento, grazie, per dirlo con le parole di Marta, a tutte le persone intervenute, all’ascolto attento e partecipato con occhi pieni di sentimenti e la mente aperta alle domande che ancora ci interrogano. Continua a leggere

Prossimo evento: sabato 24 settembre!

Anna Maria Crispino: Il Virus della Libridine. Un incontro a cura di Marta Paniccia e Viviana Scarinci con la partecipazione del circolo dei lettori di poesia

Morlupo Città della Poesia 2016 propone un altro evento d’eccezione. L’incontro di sabato 24 settembre, alle ore 17,00 a Morlupo, sarà infatti dedicato a una delle protagoniste della cultura italiana, tra le più impegnate nell’ambito della diffusione e promozione della scrittura e dell’arte femminile: Anna Maria Crispino, direttrice della rivista Leggendaria, scrittrice, giornalista e editrice con la quale avremo l’opportunità di dialogare pubblicamente su letteratura e società. Continua a leggere

MCP2016 bando del premio letterario

bando PDF

L’Associazione Culturale Libellula indice la seconda edizione del Premio Letterario Nazionale Morlupo Città della Poesia 2016

Con il Patrocinio e il contributo del Comune di Morlupo e di Strade – Sindacato Traduttori Editoriali e la partecipazione dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” di Morlupo e del Dipartimento Salute Mentale della ASL RM4

Non è prevista tassa di iscrizione

SEZIONE A per la traduzione di un libro di poesia di autore straniero edito in lingua italiana tra 2015 e 2016

SEZIONE B per un libro di poesia edito di autore italiano pubblicato tra 2015 e il 2016

(Le sezioni A e B sono state istituite per incrementare il valore testimoniale e la pluralità del Fondo Librario di Poesia di Morlupo)

SEZIONE C a tre studenti che si siano distinti nella creazione di un elaborato originale nell’ambito dei laboratori sperimentali condotti nelle scuole (premio riservato agli studenti dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino“)

SEZIONE D all’autrice o autore di un testo poetico o narrativo prodotto nell’ambito dei laboratori condotti in collaborazione con il DSM ASL RM4

REGOLAMENTO

Le sezioni A e B del Premio Letterario sono ideate e promosse al fine di favorire una sempre maggiore affluenza di libri di poesia presso Fondo Librario di Morlupo in quanto realtà pubblica di consultazione gratuita dei testi. A questo fine il premio si rivolgerà e sarà diffuso a livello nazionale e internazionale presso poeti, traduttori e editori

L’istituzione della sezione C nasce dall’intenzione di favorire nei più giovani, il loro approccio naturale alla poesia e alle arti in genere e si avvale da quest’anno fin dalla fase organizzativa, della stretta collaborazione con l’Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” attraverso laboratori sperimentali svolti all’interno delle scuole del territorio e finalizzati alla produzione dei materiali che concorreranno al Premio. “Il punto forte del Progetto è il metodo della ricerca-azione, che trova nell’allestimento dei laboratori il luogo fisico e logico per concretizzarsi: Il progetto nasce in primis come laboratorio didattico sperimentale. La finalità centrale del Progetto è creare luoghi fisici e abitudini metodologico-didattiche che considerino la poesia come parte integrante dell’esperienza umana e come laboratorio sociale: il progetto intende appunto educare il singolo alla fruizione individuale del testo poetico ma anche riunire attivamente gli alunni intorno ad un lavoro comune, educandoli così alla cooperazione, alla solidarietà e alla corresponsabilizzazione e favorendo in essi l’approccio curioso e vivace al testo letterario. Lo scopo generale di questi laboratori è di fornire agli alunni gli strumenti per capire un testo poetico dall’interno, creando una situazione favorevole per la Nascita di futuri lettori della grande poesia” Francesca Vaccarini, Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” di Morlupo

L’istituzione della sezione D nasce dall’intenzione di favorire una sempre più ampia partecipazione degli utenti del DSM attraverso la produzione di testi creativi. Il laboratorio di scrittura creativa nasce dal desiderio di fornire un supporto al disagio psichico. La scrittura è un mezzo di espressione che consente ai partecipanti di comunicare i propri pensieri, emozioni, sentimenti, stati d’animo; la scrittura diventa così un luogo di incontro che rende possibile la condivisione di affetti con l’altro che è diverso ma anche simile a me. Il laboratorio di scrittura creativa, vuole evidenziare la funzione terapeutica che la scrittura può svolgere potenziando competenze cognitive, affettive, comunicative che la malattia mentale spesso blocca o indebolisce. Il recupero di queste competenze può favorire una maggiore accettazione di sé e della propria condizione e in generale un miglioramento della condizione di vita” Rosa D’Acunzio, Psicoterapeuta DSM RM4 e Concetta Rotondo, Psicoterapeuta Ass. Cult. Libellula.

Montepremi

SEZIONE A alla traduzione di un libro di poesia euro 500

SEZIONE B al libro edito di poesia euro 500

SEZIONE C ai tre studenti dell’Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” che si siano distinti con la produzione di un elaborato poetico nel corso dei laboratori sperimentali euro 300 complessivi

SEZIONE D all’autrice o autore di un testo poetico o narrativo prodotto nell’ambito dei laboratori condotti in collaborazione con il DSM ASL RM4 euro 100

La premiazione

si terrà sabato 17 dicembre 2016 presso l’aula consiliare del Comune di Morlupo, Palazzetto Borghese. I premi in denaro verranno consegnati esclusivamente se il vincitore confermi la sua partecipazione e sia presente all’atto della premiazione. Non sono previsti rimborsi spese

La giuria

Per le sezioni A e B sarà composta da Viviana Scarinci (Fondo Librario di Poesia di Morlupo) Paola Del Zoppo (germanista e traduttrice) e Riccardo Duranti (editore, traduttore e rappresentante di STRADE Sindacato Traduttori Editoriali). Per le sezioni C e D sarà composta da rappresentanti degli Enti e delle Istituzioni patrocinanti. Il giudizio della giuria è inappellabile e insindacabile.

Invio dei libri

i libri partecipanti alla sezione A e B dovranno pervenire alla segreteria del premio in un numero di 3 copie, entro e non oltre il 31 ottobre 2016. I partecipanti alle sezioni A e B dovranno indicare su un foglio a parte il proprio nome cognome, telefono, indirizzo, e-mail e data di nascita e autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del Decreto legislativo n. 196/2003. I libri (contraddistinti dalla sezione cui si intende partecipare fin dalla busta) vanno inviati a mezzo posta semplice o consegnati a mano in busta chiusa al Centro Libellula – Fondo Librario di Poesia di Morlupo, via San Michele, 8 00067 Morlupo RM (aperti dal Lun. a Ven. 9/13 15/19)

17 marzo 2016: 155° anniversario dell’Unità Nazionale: celebrazioni

Il Fondo Librario di Poesia con gioia partecipa, attraverso un reading poetico dedicato, all’iniziativa dell’ Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” di Morlupo “Giornata del 17 marzo 2016: 155° anniversario della proclamazione dell’Unità Nazionale: celebrazioni dal 16 al 18 marzo”. L’appuntamento è mercoledì 16 marzo alle 16 per l’apertura delle celebrazioni. Viviana Scarinci
“(…)Pertanto, in previsione del 17 marzo prossimo, tenuto conto della straordinaria rilevanza di tale ricorrenza nell’ambito della storia del nostro Paese e delle irrinunciabili finalità educative perseguite dalla scuola, in tale giorno, nonché mercoledì 16 e venerdì 18 marzo, dalle ore 15,00 alle ore 19,00, Istituto Comprensivo “G. Falcone e P. Borsellino” – Morlupo, si terranno incontri, mostre e approfondimenti realizzati dagli alunni, aperti ai loro genitori e al territorio, in collaborazione con il Comune e con le risorse culturali e sociali locali. Tali iniziative cominceranno alle ore 15,00 di giovedì 16 e si concluderanno venerdì 18 marzo, secondo i predetti orari”. Il Dirigente Scolastico Roberto Ciminelli (http://icmorlupo.it/)

Oggi alle 18 il circolo dei lettori su Claudia Ruggeri

Il testo che segue  è tratto dal sito http://www.claudiaruggeri.it/

claudia-ruggeri_immagineFototessera2Claudia Ruggeri nacque a Napoli nel 1967 da madre napoletana e da padre leccese. Nel 1968, si trasferì, con la famiglia, a Lecce dove visse fino alla fine. Frequentò il Liceo Scientifico approfondendo in contemporanea lo studio della lingua inglese. In seguito si iscrisse, simultaneamente, alla facoltà di lettere moderne ed a quella di teologia. Malgrado avesse sempre ottenuto risultati brillanti, non riuscì a laurearsi perché i problemi psichici l’aggredirono sopraffacendola. Dedicava buona parte del suo tempo libero alla lettura attraverso la quale acquisì una notevole cultura. La sua formazione culturale risultò ampiamente arricchita dai numerosi viaggi effettuati sin dall’infanzia. Particolarmente significativi per lei furono il lungo, avvincente, periplo della Turchia che la pose in contatto con il fascino di antiche civiltà nostre antenate. In seguito partecipò ad un tour, attuato prima della caduta del muro di Berlino, nei paesi dell’est europeo (Polonia, Ungheria, Russia) durante il quale potè constatare, de visu, parte di alcune realtà contemporanee allora pressoché sconosciute alla maggior parte dell’occidente. Un’altra esperienza significativa fu quella che le procurò un viaggio in India e nello Sri Lanka. Dall’età di circa 18 anni fece parte del “Laboratorio di poesia” creato nel 1985 e diretto da un docente dell’Università di Lecce, il Prof. Arrigo Colombo, filosofo scrittore e poeta il quale, con la collaborazione di un altro intellettuale, il Prof. Walter Vergallo, riuscì a dare un forte impulso al fermento culturale salentino. Nacque la rivista “L’incantiere” e prese il via il festival “Salentopoesia”. Si trattava dei primi reading pugliesi dove i migliori autori italiani si cimentavano, per intere serate, nella lettura di poesie. Vi partecipò anche Claudia incantando la platea non solo per la sua straordinaria bellezza, ma anche per il fascino delle sue performance. Nel “Laboratorio di poesia” convergevano i maggiori poeti salentini e Claudia fu considerata come la più dotata, forte e fortemente creativa nel discorso lirico, straordinaria ed incomparabile nella recitazione; personalissima sempre. Con la sua poetica ardua e singolare, Claudia si impose per la vitalità espressiva e per l’uso quasi spregiudicato della lingua, tanto che Franco Fortini, pur riconoscendo in lei le stimmate dell’artista, le rimproverò la foga letteraria in termini di “impunità” della parola. Fu in quegli anni che fece conoscenza, e sovente strinse relazioni di amicizia, con numerosi personaggi del mondo letterario ed artistico; dal già citato Franco Fortini (a cui fu legata da un insolito vincolo di stima ed affetto), a Dario Bellezza; e poi, Adolfo Oxilia, Giampiero Neri, Enzo Di Mauro, Antonio Verri, Bruno Brancher, Michelangelo Zizzi, M. Luisa Spaziani ed altri. La sua morte fisica segnò la sua “cancellazione” dalla mente e dal cuore di quei tanti che le si erano proclamati amici ed estimatori. Tranne un numero della rivista “L’incantiere” interamente dedicato a testi suoi ed a saggi critici sulla sua poetica, pubblicato dopo la sua morte e in concomitanza di una serata commemorativa organizzata presso l’Università di Lecce, più nulla accadde. Otto anni dopo la sua scomparsa lo scrittore Mario Desiati, caporedattore di “Nuovi argomenti”, rivista letteraria edita dalla Mondadori, le dedicò un’ampia sezione nel n° 28 (ottobre-dicembre 2004) pubblicandone una significativa selezione di versi, testimonianze e ritratti fotografici. E fu lo stesso Mario Desiati che in seguito, per conto della casa editrice peQuod, nel 2006 ha curato anche la stampa del volume “Inferno minore” che contiene, altresì, “Le pagine del travaso” ed un cospicuo numero di altri componimenti. Nel 2007 “Terra d’ulivi” di Lecce edita “Oppure mi sarei fatta altissima” saggio sulla poetica di Claudia Ruggeri di Alessandro Canzian, che ha dedicato altri scritti alla poetessa mostrando una notevole perspicacia ed una grande sensibilità nell’interpretazione di testi di non facile approccio. In dicembre 2007 viene bandito dalla stessa Associazione culturale “Terra d’ulivi” di Lecce un premio letterario “Claudia Ruggeri” da assegnare a giovani autori. Buona parte dei manoscritti della poetessa si trova a Firenze, presso il “Gabinetto G.P. Vieusseux”, dietro richiesta del suo Direttore Prof. Giovanni Gozzini.

Poetesse e Poeti: Emily Dickinson


di Viviana Scarinci

“Derubati del suo volto quasi non ci riconosciamo” scrive Emily Dickinson nel 1882 all’età di 52 anni in occasione della morte dell’amatissima madre, accudita fino alla fine come fosse stata una figlia tra le più fragili. Quell’inversione di ruolo da figlia a madre di sua madre, negli ultimi anni della malattia materna aveva anche convinto la poetessa a rifiutare il matrimonio tardivo con Otis Phillips Lords, l’unico suo amante che forse, fatto quel passo, sarebbe diventato una presenza reale nella sua vita e non colui che la sua scrittura aveva elaborato come compagno assoluto nell’arco di un’intera esistenza mediando poeticamente tutti i suoi incontri maschili in un’unica figura racchiusa nelle definizioni del maestro, dell’assente, del padre o di uno strano dio, comunque un’entità sempre equiparata a una divinità pagana cui votarsi. Scrive in proposito Nadia Fusini “Emily è pagana, come dice di se stessa; e cioè incurante di ogni altro bene, se non del contatto, qui, della terra in cui coltiva il suo giardino e dove vorrebbe ogni pienezza e ogni gioia”.

Tuttavia la poesia di Emily Dickinson raggiunge vette di tale trascendenza che chi legge oggi fatica a credere possibile la sua umanità di allora, a credere possibile che la sua effettiva scelta di indossare, a un certo punto della vita, un abito bianco rinunciando a ogni possibile via di fuga da un’esistenza giocata da sempre e per sempre nello spazio ridotto di due case che si affacciavano sullo stesso giardino, fosse regolata da politiche molto più terrene di quanto la leggenda nata intorno alla figura di Emily Dickinson lasci supporre.

È singolare anche ciò che accadde alcuni anni dopo la morte di Emily, nell’ambito della disputa legale animata dalle figlie delle due persone che nella seconda parte della vita della poetessa avevano intricato ancora di più i già complessi rapporti che deregolavano l’andirivieni nel giardino Dickinson. Per Martha (la figlia di Austin Dickinson, fratello di Emily, la quale ambiva a accaparrarsi la curatela delle opere della parente) Emily è esattamente quello che la leggenda, tutelata dal rogo di molte lettere probabilmente compromettenti, afferma che sia: la donna castissima che abbraccia la poesia preferendola alla mondanità. Per Millicent, invece (la figlia dell’amante ufficiale di Austin, Mabel, alla quale Lavinia Dickinson, la sorella della poetessa, aveva affidato l’incarico di redigere la prima edizione delle poesie immediatamente dopo la morte di Emily) Dickinson è un’eroina moderna, una sacerdotessa pagana e disinibita, un’integralista della poesia che conduce fino alle estreme conseguenze il suo gioco.

Vista da qui Emily Dickinson si trova e rimarrà sempre nell’aura geografica della casa del padre, quel luogo però si trova nel Massachusetts non molto distante da quella Salem in cui poco più di un secolo prima della nascita di Emily, nel 1692 furono uccise 22 persone, quasi tutte donne, con l’accusa di stregoneria da un tribunale istituito legalmente. In una sorta di isteria collettiva in cui la realtà era stata mistificata forse intenzionalmente dall’uso ambiguo della parola Dio, furono infatti bollate con il marchio di strega alcune donne che vennero credute in diretti rapporti col diavolo in una comunità che nel diciassettesimo secolo, viveva le conseguenze di un retaggio pagano  ben radicato, e che poteva ancora nutrirsi nelle piccole pratiche domestiche di riti tributati a culti di divinità non cristiane.

Quando Emily Dickinson incontra Susan, colei che sarà la moglie di Austin e la madre di Martha, ha circa 18 anni e si innamorerà perdutamente di lei che sarà la destinataria di 276 poesie scritte nell’intero arco di una vita, alcune delle quali vibranti di accenti erotici inequivocabili. Emily poco più che adolescente intorno al 1850 già gode di una singolare consapevolezza riguardo la natura dei propri desideri e delle proprie visioni che le perveniva non certo da un’esperienza che non poteva aver maturato ma da un temperamento completamente al di fuori dei parametri pubblicamente accettati in quel luogo e in quel tempo.

“Caro … mi sembra di scrivere al cielo … mentre altri vanno in chiesa, io vado alla mia chiesa, perché non è forse vero che sei tu la mia chiesa e siamo in possesso di un inno che nessuno al di fuori di noi conosce?” Mi chiedo: le sarebbe stato davvero possibile, qualora avesse voluto, pubblicare e difendere pubblicamente versi che passavano disinvoltamente dall’amore omosessuale a dichiarazioni di ardore pagano nei confronti di una fantomatica figura maschile intercambiabile con quella di dio padre? Se avesse stabilito di fare ciò abbandonando le dinamiche nascostamente luciferine del giardino di casa sua, che pure le appartenevano, chi avrebbe salvato Emily dal rogo? Chi sarebbe stato così potente da tutelarla se su quella gogna pubblica, in quella stessa America, a meno di un secolo dalla morte di Emily era stato sul punto di soccombere anche Arthur Miller, già intellettuale accreditato, che si era macchiato della colpa di essersi richiamato, attraverso un dramma teatrale, ai fatti di Salem al fine di stigmatizzare metaforicamente l’atmosfera tra il pretestuoso e l’isterico che dalla caccia alle streghe, in quegli anni si era trasformata alla caccia legalizzata al comunista promossa dal senatore Joseph McCarthy. Miller astutamente si difese e accrebbe la sua reputazione rivendicando come uno dei principali diritti di un artista, la libertà di rappresentare se stesso attraverso l’opera. Ma Arthur Miller era un uomo, ed era già famoso. Si trovava in procinto di sposare Marylin Monroe ed erano comunque passati tre secoli dalle vicende di Salem.

Nella poesia di tutti i tempi, raramente pensiero poetico e esistenza hanno raggiunto una simile prossimità come in Emily Dickinson. Che la sua esperienza umana resti avvolta nel mistero conta fino a un certo punto al cospetto del monumento incalcolabile che è costituito dalla sua opera poetica. D’altro canto però tutte le forme esplicite di ribellione diventano presto retorica della ribellione e mi piace credere che Emily abbia agito in un certo modo perché più di ogni altra cosa disprezzasse ciò che emana da quella particolare forma di volgarità che è la retorica dei ruoli, convinta quasi da subito che in ogni realistica mancanza di alternative, sia la separazione da ciò che serve, a abbattere in modo definitivo ogni forma di impotenza.

Poesia tradotta: Charles Reznikoff (USA)

20151102_084547di Viviana Scarinci

Charles Reznikoff nasce a Brooklyn il 31 agosto 1894, nel ghetto di Brownsville, da una famiglia di ebrei russi immigrati in seguito al pogrom che seguì l’assassinio di Alessandro II nel 1881. È nel ghetto che il giovane Reznikoff comincia a esercitare la sua personalità sintonica, ossia un’attitudine che è il frutto di uno speciale equilibrio che connette le componenti intellettive, emotive e motorie di un individuo. Capace di camminare per venti miglia al giorno, pare che l’osservazione del mondo per lui fosse iniziata da bambino uscendo ogni mattina dalla sua casa nell’Upper West Side. Camminando per le strade del ghetto di Brooklyn, Charles matura una sorta di vocazione all’attraversamento e inizia a trascrivere incontri casuali e conversazioni altrui: è così che probabilmente acquista la consapevolezza dell’impermanenza del mondo, apprezzabile fin nelle più semplici scene offerte dal quotidiano. L’osservatorio di Reznikoff del resto, anche dal punto di vista identitario, transita entro una zona di mezzo che, oltre a esprimere una medianità, per il poeta diventa una necessaria terra di nessuno in cui accamparsi per semplicemente guardare. È ebreo e attinge alla fonte di quella tradizione, ma è anche un poeta americano e assorbe molto da quella lingua, tuttavia senza consentirsi di intaccare l’originalità di un principio etico che la sua poesia perseguirà fin dall’inizio.

Studente particolarmente dotato, all’età di sedici anni va a studiare giornalismo all’Università del Missouri. Ma il giornalismo non è la sua strada e l’anno successivo intraprende un nuovo percorso di studi. Si laurea infatti in legge nel 1915 alla New York University. Tuttavia pratica la giurisprudenza solo brevemente. Il primo libro di poesia, Rhythms, viene pubblicato privatamente nel 1918, per mantenersi lavora come redattore. Già dagli anni Trenta viene riconosciuto come uno dei principali esponenti dell’”oggettivismo”. Anzi, come indica il traduttore italiano di Holocaust, Andrea Raos “Reznikoff è il poeta per cui è stato inventato il termine oggettivismo: l’originatore di una poesia in cui il poeta non si sforza di creare l’emozione, ma si limita ad andarla a cercare là dove già si trova” .
L’esergo di Holocaust è una dichiarazione di Reznikoff in merito alle fonti utilizzate: “Tutto ciò che segue è basato su una pubblicazione del governo degli Stati Uniti, Trials of the Criminals Before the Nuremberg Military Tribunal, e sugli atti del processo Eichmann a Gerusalemme.” Ed è sempre il poeta, attraverso una nota iniziale, a darci un’idea seppur vaga che il testo potrebbe avere una progressione cronologica “Il Partito Nazional Socialista Tedesco dei Lavoratori, noto come partito dei nazisti, prese il potere in Germania nel gennaio 1933. Inizialmente, la loro politica si limitò a costringere gli ebrei a emigrare.” Le scene proposte nel libro si dividono in dodici capitoli con titoli come: Deportazione, Camere a gas e camion a gas, Bambini, Fosse comuni e guidano il lettore nella conoscenza di fatti realmente accaduti a partire dalle violenze perpetrate sugli ebrei indifesi dell’inizio, fino a un doppio finale: la rivolta del ghetto di Varsavia e il salvataggio degli ebrei verso il nord Europa.

Olocausto esce in Italia solo nel 2014 pubblicato da Benway Series . A leggerlo oggi, lettrici e lettori che non conoscono Reznikoff noteranno soprattutto che si tratta di un testo poetico che rifugge l’enfasi. Un testo soprattutto mancante di quell’enfasi con la quale accade spesso di sentir parlare di vittime utilizzando un vocabolario che attinge indistintamente da tutte le circostanze personali e universali in cui il genere umano si sia trovato a subire qualcosa di grave. Reznikoff, infatti, fin dagli anni Settanta, periodo in cui Holocaust fu pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti, rifugge dai vittimismi evitando in ogni parte del suo discorso quelle modalità di chi, per motivi diversi, intende appropriarsi della visibilità dell’altro in quanto vittima. In quest’ottica Olocausto sembra curiosamente rifarsi a quella distanza, nominata dalla filosofa americana Judith Butler , che si frappone tra corpi visibili e corpi invisibili, ossia tra perdita di vite umane che sono riconosciute, e perciò narrabili in quanto portatrici di una storia che altri possono trasmettere, e la perdita di vite collocate “al di là della sfera del pensabile” quindi private di tutto: nomi, volti, storie che siano in grado di suscitare quell’empatia necessaria alla sopravvivenza, non pretestuosa, della memoria di quanto è stato.

I timori relativi alle ambiguità cui l’enfasi espone coloro che hanno subito, interessavano molto da vicino già tutti coloro che speravano di risultare tra i superstiti nel mentre condividevano l’esperienza del lager. Primo Levi in Se questo è un uomo quei timori li espresse chiaramente attraverso il racconto del sogno, ricorrente e condiviso, che la sua storia e quella dei compagni non fossero ascoltate. Una paura così profonda da sconfinare nel mondo onirico, quella degli irrimediabilmente danneggiati che temono che la loro verità sia scambiata per un racconto enfatico, cioè vittimistico. Paura di non essere creduti o che la disattenzione prestata al racconto fatto nelle ritrovate circostanze familiari e quotidiane, minimizzi l’incomprensibilità di quanto accaduto loro e con ciò il dolore dei salvati.

La parola enfasi sia nell’accezione latina che in quella greca significa mostrare, manifestare. Per il vocabolario della lingua italiana Treccani significa anche il mostrare un calore esagerato, una forza eccessiva che, per artificio retorico e per ottenere maggiore effetto, si mette nel tono di voce o nei gesti quando si parla e anche nello scrivere, gonfiezza, ampollosità, cui non corrisponde, per lo più, una effettiva forza di pensiero o un contenuto adeguatamente significativo. La poesia di Reznikoff, essendo animata soprattutto dalla necessità di una trascrizione effettivamente letterale dei fatti, si propone di dare una testimonianza veritiera attraverso la produzione di un verbale che resti agli atti soprattutto come prova incontrovertibile dell’accaduto. Quindi è la poesia che si fa carico di uno spostamento epocale operando una traduzione, nel senso del trasferimento di un testo dal giuridico al letterario, al fine di dare una possibilità in più ai fatti: quella di persistere nel tempo e nell’immaginario collettivo anche attraverso la letteratura. Reznikoff sembra sapere che qualora il poeta ricercasse un contenuto adeguato a certe apocalittiche mancanze di significato si ridurrebbe a un sorta di rètore, che non restituirebbe mai a chi legge i fatti che è necessario ricordare.

Dai versi di Olocausto ci arriva una percezione così intensa della scabrosità dei corpi e degli atti subiti e perpetrati, che nel contesto estremo della persecuzione di un intero popolo e della realtà spettrale del lager, le immagini proposte da Reznikoff subiscono paradossalmente uno scarto minimo rispetto a quelle tratte dal racconto di una qualsiasi casualità che deregola la vita e la morte di ognuno. Ammesso che queste casualità non si incontrino con chi, come Reznikoff, si trova nella fugacità dell’osservatore spinto dalla necessità di dare conto. Ammesso che ognuna di queste casualità, dall’infinitesima alla macroscopica, si sappia di non doverle dare per scontate, anche solo attraverso la volontà di costruirne una definizione. Una poesia, quella di Olocausto, estremamente consapevole che le scene ritratte possono esistere e persistere nella loro incommensurabilità anche grazie a una tecnica che le rappresenti come ricettacoli di tutti gli oggetti e di tutti i corpi almeno salvati dal tentativo di dare inutilmente un senso ai fatti che vi si raccontano.

Ma Reznikoff è un poeta conosciuto soprattutto per un altro lavoro intitolato Testimony: The United States (1885-1915). Un’opera in più volumi, inedita in Italia e pubblicata prima di Holocaust, che si basa su documenti provenienti dai tribunali americani, relativi ad esperienze di immigrazioni, a episodi della vita di afroamericani e povertà cittadina e rurale negli Stati Uniti tra fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nelle prime stesure, Testimony consisteva in una rivisitazione in prosa di storie che Reznikoff aveva scoperto mentre lavorava per la casa editrice di testi giuridici cui era impiegato. Successivamente il poeta si concentrò sull’inserimento di questi fatti, scandendoli in tutta la loro diversità e violenza, entro la dimensione della storia americana. Però omettendo significativamente la trascrizione dei giudizi per concentrarsi sulla dinamica delle storie e sulle nude descrizioni che di rado interessano la poesia.

Per Charles Simic in Testimony, in quanto opera poetica americana, manca l’idealizzazione consueta dell’eroe, l’uomo che non distoglie lo sguardo dalla sofferenza e dalla meschinità ma che tuttavia è pieno di speranza per un futuro migliore. Ma quella di Reznikoff non sembra neanche essere un’antiepica del riscatto sociale che il poeta avrebbe potuto voler operare attraverso tutte le figure miserabili o colpite cui la sua poesia dà voce.

Per quanto il valore politico di certa poesia sia inestimabile, può la poesia essere trattata utilizzando lo stesso linguaggio con cui si definirebbe l’assunzione di una posizione politica? L’essere definiti “qualcosa” è l’anticamera del consenso o del dissenso quindi del potere assicurato dell’essere contro o l’essere a favore: non esistono terze vie. È questo ciò che per Butler priva drasticamente molte discussioni della necessaria complessità e ambivalenza che concernono la realtà. L’assunzione di una qualche postura che consenta al poeta di essere “qualcuno” probabilmente per Reznikoff avrebbe costituito un limite che la sua scrittura non si poteva permettere, se voleva lasciare lettrici e lettori nella complessità e nell’ambivalenza che vita e poesia dovrebbero suggerire allo stesso modo.

L’operazione poetica che Reznikoff compie nell’attraversamento del reale per mezzo della conversione dei documenti dal giuridico al letterario deve lasciare lettrici e lettori a se stessi, mentre sotto i loro occhi passa tutto ciò che è odioso, malvagio, sgradevole, disgustoso, atroce e umano. Scrive Raos del Reznikoff di Olocausto: “Il suo obiettivo mi sembra sia riaffermare il valore delle esistenze singole contro lo strapotere della macchina di sterminio; i rari momenti corali del libro, in cui si dice “noi”, sono quelli in cui sono i nazisti a prendere la parola. Quindi qui abbiamo una serie di voci singole che proprio perché tali rappresentano una collettività capace di sopravvivere alla massa indistinta e malefica dei persecutori.”

Il piano di consapevolezza su cui si articola la poesia di Reznikoff non sembra in questo modo provenire da dinamiche e antidinamiche note e a queste non ci si può appellare per comprenderla, prolifica e lontana com’è dalle preoccupazioni relative a una qualche appartenenza, salvo che alla sua propria etica. Etica che poi diventa un’epica inedita o una provenienza collettiva altrimenti detta, il cui intendimento di fondo potrebbe essere il rifiuto di quel prendere la parola attraverso un “noi” che situa stabilmente il potere grazie alla prevaricazione sull’altro. Tuttavia, quella prevaricazione non è possibile perpetrarla fino in fondo se è un “io” a prendere la parola attraverso i fatti di cui si compone la singolarità della sua storia. Perché nel preciso momento in cui Reznikoff presta la sua parola nuda alla storia di qualcuno, quell’“io” diventa una persona rintracciata tra i sommersi, tra quelli per cui, scriveva Primo Levi, una sola e ampia è la via della perdizione, soprattutto perché sono solo una moltitudine di storie mancanti.


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3.
Alcune donne ebree furono messe in fila dalle truppe tedesche a cui
era stato assegnato quel territorio,
fu detto loro di spogliarsi,
e rimasero in sottoveste.
Un ufficiale, guardando la fila delle donne,
si fermò davanti a una giovane donna –
alta, i lunghi capelli intrecciati, e occhi meravigliosi.
La guardò per un po’, poi sorrise e disse:
«Fa’ un passo avanti».
Stupita – lo erano tutte – lei non si mosse
e lui ripeté: «Fa’ un passo avanti!
Non vuoi vivere?»
Lei fece quel passo
e allora lui disse: «Che peccato
seppellire nella terra una simile bellezza.
Va’!
Ma non guardare indietro.
C’è una strada che porta al viale.
Seguila».
Lei esitò
e poi cominciò a camminare come le era stato detto.
Le altre donne la guardarono
camminare piano, passo dopo passo –
alcune senza dubbio con invidia.
E l’ufficiale estrasse la rivoltella
e le sparò alla schiena.

4.
Il soldato che sparava stava seduto sullo stretto bordo della fossa,
con i piedi a ciondoloni;
fumava una sigaretta,
e aveva il mitragliatore sulle ginocchia.

A ogni camion che arrivava, i suoi occupanti –
uomini, donne e bambini ebrei di ogni età –
dovevano spogliarsi
e mettere i vestiti in un punto preciso,
ordinati in grandi mucchi –
scarpe, vestiti e biancheria.
La SS alla fossa
lanciava un grido al suo compagno
e quello ne contava venti, ormai completamente nudi,
e gli diceva di scendere i gradini scavati nel muro di terra della fossa:
qui dovevano camminare sopra le teste dei morti
fino al punto che diceva il soldato.
Mentre andavano verso la fossa,
una donna giovane e magra, dai capelli neri,
passando davanti a un civile tedesco che stava guardando,
si indicò con il dito e disse:
«Ho ventitré anni».
Una vecchia dai capelli bianchi
teneva un bambino di circa un anno
tra le braccia,
cantandogli canzoni e facendogli il solletico,
e il bambino mugolava di piacere;
e un padre teneva la mano del figlio piccolo –
con il bambino sul punto di scoppiare in lacrime –
e parlava piano al bambino,
dandogli buffetti in testa
e indicando il cielo.

Presto i corpi furono ammucchiati in quella fossa larga,
accatastati l’uno sull’altro,
con le teste che sporgevano e il sangue che colava lungo le spalle;
alcuni però si muovevano ancora,
alzavano le braccia e giravano la testa.

testo pubblicato da Il primo amore

temi e libri dal fondo: Thoreau

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« Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica, se una simile rivoluzione è possibile. Se l’esattore delle tasse, od ogni altro pubblico ufficiale, mi chiede, come uno ha fatto, “Ma cosa devo fare?” la mia risposta è, “Se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni”. Quando il suddito si è rifiutato di obbedire, e l’ufficiale ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico, allora la rivoluzione è compiuta. »
(Henry David Thoreau, Disobbedienza civile) https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_David_Thoreau