Anno 2019

Essere presenti. Patrizia Sardisco

La presenza del corpo, il suo irriducibile poter-essere-guardato: modello, sponda, specchio.  Sapersi in piena luce, schermo di proiezione, mittente di sintesi e dettagli, di posture e imposture, di fragilità, di stili di risposta, è sapere il potere e la tenuta di uno strumento, la scivolosità della sua impugnatura, la natura porosa della sua materia.

Sostegno, sostegni. Il paradosso di insegnare da un silenzio 3/4 La presenza del corpo e 4/4 Dal fare al dire

  • La presenza del corpo

Se le diagnosi e le biografie fissano cornici rigide, le porzioni di quadro illuminate dai dati osservativi mostrano campiture dai contorni variabili e nel cui denso è contenuto lo stesso osservatore.

L’azione di sostegno esige contezza di sé anche in quanto corpo: corpo insegnante, strumento primigenio e impensato, presente e parlante anche nell’assenza e nel silenzio. Una contezza che intendo qui come familiarità di sguardo critico, che non incardina profili se non per fissare i battenti di un aprirsi alla spinta fertile di un’interrogazione mai definitiva.

La presenza del corpo, il suo irriducibile poter-essere-guardato: modello, sponda, specchio.  Sapersi in piena luce, schermo di proiezione, mittente di sintesi e dettagli, di posture e imposture, di fragilità, di stili di risposta, è sapere il potere e la tenuta di uno strumento, la scivolosità della sua impugnatura, la natura porosa della sua materia.

La trasparenza del corpo, la sua riluttanza alla maschera: prossemica, occhi, voce. Sapere la sporgenza del corpo, il suo aggettare e precedere, sapere di sporgersi dal corpo come da una verità senza verbo: da una tale cognizione imparare a coniugare corpo e mente, da qui cercare concordanza: tra i tempi irriflessi del proprio travestirsi di parole, sempre troppo urgenti e concitate, e le latenze atipiche dell’Altro, sovente slabbrate da un ritmo non a squadra. Sapere farsi concavi nell’horror vacui dell’attesa, convessi entro cicloni di logorrea, flessibili e tenaci come salici sull’orlo della piena, flessuosi come braccia.

Il corpo non si copre con la tecnica, non lo occulta il migliore dei metodi. Così come non è stoffa che vesta neppure il cartiglio invisibile che scolpisce i nomi in diagnosi o profili o verbali: farsene abito è andar nudi alla festa, farsene corazza irrigidisce i gesti fino all’immobilismo.

Patrizia Sardisco
  • Dal fare al dire

Le parole scritte, gli erpici del lessico medico e di quello didattico, se è vero che infrangono unità irripetibili, pure servono a sgretolare zolle superficiali d’indistinto mentre delimitano l’area di una pista: farne luogo di decollo è poi questione di visione, la vertigine ambiziosa dell’altezza è legata alla visionarietà degli strumenti che, di quella altezza, ponderano la misura in relazione a criteri qualitativi, strumenti buoni a rilevare il grandioso nell’appena-percettibile. Ed è legata, quell’ambizione,  alla capacità di prevedere forme di protezione a scomparsa, la cui modulazione, lungo il percorso, mentre azzera o attenua gli effetti delle cadute, offre esperienze di successo la cui portata motivante investe più versanti: muovendosi nella vygotskijana zona di sviluppo prossimale,  le tecniche di insegnamento senza errori si rivelano vantaggiose non solo nell’acquisizione di nuovi apprendimenti ma anche nella costruzione del senso di sicurezza, di autoefficacia, di fiducia in se stessi e nell’altro da sé.

Fatte salve le traiettorie indicate dalle programmazioni, che pure smussano il duro del dover-fare con i margini flessibili dell’individualizzazione, e anzi vigili entro quel solco e lungi dall’improvvisazione, l’azione di sostegno può trovare nell’opzione dell’insegnamento incidentale un possibile polo simmetrico all’ostinata raccolta di segni rivelatori di bisogni reali, la cui specialità deve rinviare anzitutto alla raffinatezza del gesto adeguato al loro soddisfacimento, e la cui normalità pulsa da un’area resa cieca da un cumulo indistinto di banalizzazione e di rinuncia, per un mal supposto fuori luogo e fuori tempo massimo, per un oscuro timore di profondità.

Nell’ideale segmentazione del processo educativo, l’insegnamento incidentale  sposta indietro di un passo il proprio innesco e lo immette, non visto e senza ambire a esserlo, nell’occasione scavata dal chiedere inatteso e muto della disparità, dilatando il respiro ecologico dell’intervento nel punto in cui esalta la sua natura di risposta, di conseguenza logica, interna e armonica al quadro di contesto, e i cui frutti sono per tal ragione tanto più fortemente auto-premianti. E come per le Occasioni di Eugenio Montale, secondo il quale, come è noto, «bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta», anche il modo del sostegno può darsi, il più delle volte, in forma non appariscente e dichiarata, cogliendo un frutto che «senza spiattellarli» contiene «i suoi motivi senza rivelarli »,  che fissa i propri punti più tenaci sempre sul rovescio del lavoro.

Si potrà farne parola? Quanto si potrà dire e scrivere di tanto minuto e minuzioso fare quotidiano? Quanto e come, al netto della comunicazione istituzionale, della sua dizione impropria e ingessata, della necessità sterile della sua scrittura? Sarà possibile dire, infrangere l’armonia che regge il paradosso di un silenzio che insegna? «Quel che cerchiamo di dirci è già perduto per le parole. Oh silenzio! Armonia ideale.», ci ammonisce  Edmond Jabès. E più sopra: « Scrivere» insinua ancora, «è forse fare il Nulla pensando di fare il Tutto. Ciò che alla fine conterà per noi sarà questo fare quotidiano».

Dire è sempre osare. E tuttavia, nella relazione educativa, l’andamento a spirale della narrazione della storia e delle microstorie condivise è essa stessa strumento di costruzione dell’intelaiatura relazionale, essa stessa matrice di nuovo significato, e reticolo entro cui imbrigliare quel fremere di attimi, quel pulsare affettivo che ha reso più caldo e più pregnante un certo apprendimento. Dire è rammemorare, dirne insieme è con-clamare, dare nomi e tinte fresche e vivide a quegli attimi, ri-elaborare, ri-creare.

Osare dire è il gesto temerario del poeta, «custode non di anni ma di attimi», come scrive il Vittorio Sereni di Un posto di vacanza. Forse di quel fare quotidiano si dovrà (si potrà?) farne parola di poesia, per rendere giustizia alla bellezza ineffabile dei suoi tipi miniati, per dire «con un tono più basso», come ci raccomanda per questi suoi versi sfolgoranti Antonella Anedda, che

siamo esistiti davvero davanti a quei colori

in un tempo perfetto, la grande tela di allora, dipinta con amore

piena di azzurro e porpora, di boschi, di preghiere

 (*)

…tela che ancora dura, soltanto non dipinta, tessuta

cardata con cautela e ora di nuovo

forse, pronta per il colore

(* con un tono più basso)

Bibliografia minima

A. Anedda, Il catalogo della gioia, Donzelli, Roma, 2003

A. Anedda, La vita dei dettagli, Donzelli, Roma, 2009

A.M. Curci, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio, Forlì, 2015

S. Dal Bianco, L’autore, il genere, il pubblico, pag. 157, inDistratti dal silenzio. Diario di poesia contemporanea, Quodlibet, 2019

L. D’Odorico, R. Cassibba, Osservare per educare, Carocci, Roma, 2007

E. Jabès, Il libro del dialogo, Manni, Lecce, 2016

J. Laplanche, J.-B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari, 1993

P. Meazzini, Handicap. Passi verso l’autonomia, Giunti, Firenze, 1997

E. Montale,    Intervista immaginaria, La rassegna letteraria n.1 gennaio 1946 , ora in  http://www.classicitaliani.it/novecent/Montale_Interviste.pdf

R. Roussillon, Spazi e pratiche istituzionali. Il ripostiglio e l’interstizio. In R. Kaës. J. Berger, F. Fornari, R_ Roussillon, E. Enriquez, P.Fustier, J.-P- Vidal, L’istituzione e le istituzioni. Studi psicoanalitici,  Borla, Roma, 1991

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