Articoli

Origini

Sorprende sempre vedere fino a che punto i corpi delle fotografie del passato si prestino immediatamente allo sguardo come corpi sociali, corpi di classe – forse in modo maggiore di quelli in azione e in situazione davanti a noi (…) La sfera del privato, perfino dell’intimo, per il modo in cui rimonta in superficie dalle vecchie fotografie, ci reintegra nel perimetro del mondo sociale da cui procediamo, nei luoghi marcati dall’apparenza di classe. In una topografia ciò che sembra riguardare le relazioni più profondamente personali ci situa invece in una storia e in una geografia collettiva (come se la genealogia individuale fosse inseparabile da una archeologia e da una topologia sociale, che ciascuno custodisce in sé come una delle sue verità più profonde, pur non essendo la più cosciente). Didier Eribon

di Viviana Scarinci

derEribon è un sociologo e filosofo francese che con il libro Ritorno a Reims, edito in Francia nel 2009 e in Italia nel 2017, ha fatto una scelta di formato espressivo per la sua autobiografia, che lo ha portato a un esito inconsueto e tra i più interessanti.

C’è una domanda a premessa di tutto il libro, che l’autore pone a se stesso. Il modo in cui viene posta a partire dal linguaggio utilizzato, cioè quello specifico della materia accademica dell’autore, è indicativo oltre il senso della domanda stessa, rispetto a cosa sia una narrazione autobiografica e quanto sottile possa essere la differenza che sussiste, in termini di pienezza espressiva e valore umanistico, rispetto a altri formati come quello della saggistica, della narrativa e della poesia.

Come se l’applicazione strumentale di un linguaggio acquisito, quando posta ad illustrare l’ampiezza di una regione originaria, perciò pregressa a quella acquisizione, sconfinasse in una zona in qualche modo inesplorata, il cui il linguaggio originario e quello acquisito, devono stabilire un ineffabile contatto che riguarda sia la sfera privata che quella pubblica di chi scrive, seguendo in questo modo un intendimento politico diverso dalle modalità mediante le quali è stata convenuta come consona fin qui, l’esprimibilità di un discorso politico.

La domanda che Eribon pone a se stesso, parte dal presupposto che il sociologo, il filosofo e la persona, in termini anche di identità sessuale che la soggettività racchiude nell’ambito di una specifica biografia, abbiano vissuto una frammentazione, e che questi frammenti abbiano assunto una tale distanza, e una tale incapacità di reciproco riconoscimento, la quale a un dato punto ha generato un sintomo: quello di un’insormontabile malinconia.

Perché io, che ho attribuito così tanta importanza al sentimento della vergogna nei processi di assoggettamento e di soggettivazione, non avevo scritto quasi nulla sulla vergogna sociale? p. 19

Il racconto autobiografico inizia con la morte del padre dell’autore che ha costituito il motivo della rottura della staticità di un indugio vivissimo e sottaciuto, quello di tornare nel luogo delle origini della propria famiglia, dopo un distacco totale che ha comportato l’assenza fisica ma inevitabilmente, non quella psichica, da quel luogo, per un numero di anni pari quasi a una vita intera.

Transfugo di classe ma più dichiaratamente transfugo per motivi legati alla definizione della propria sfera sessuale, e quindi con l’urgenza della precisazione politica di un rapporto della propria condizione con il potere. Rapporto definito principalmente da questa ‘minorità’ attribuibile in termini di assoggettamento all’omosessualità. Peraltro minorità allo stesso modo attribuibile alla condizione femminile, alla condizione infantile, alla condizione del malato, a quella della vecchiaia, nonché a quella delle minoranze etniche ecc. ecc.

Tuttavia la domanda a se stesso su cui Eribon basa tutta l’intensità, anche emotiva, di questo libro nasce da questa inconscia sostituzione del punto di partenza:

Come se studiare la costituzione del soggetto inferiorizzato e quella, complementare, del complesso rapporto tra il silenzio su di sé e “l’assunzione” di sé, fosse oggi una posizione valorizzata, valorizzante e per fino richiesta dai contesti contemporanei della politica, quando si tratta di sessualità. Quando si tratta dell’origine sociale o popolare, invece, conservare tale atteggiamento è molto difficile e non ha quasi alcun sostegno nelle categorie del discorso pubblico. p. 19/20

Nella stretta contemporaneità è lampante a cosa abbia condotto,nell’ultimo decennio, l’esclusione dal discorso pubblico e quindi la dicibilità di contesti mai decifrati secondo un linguaggio consono alla loro rapprersentazione, cioè un linguaggio che vada al punto, rispetto alla vergogna sociale che storicamente ha costituito il motivo della dimenticanza di una vastissima porzione di realtà.

Quali e quante sono le categorie del discorso pubblico? Quali sono le minorità riconosciute come categorie che la retorica del discorso pubblico accoglie? Perché quelle riconosciute sono alcune e non altre? Perché ci si è avvalsi più del silenzio preteso dall’ufficialità, su temi, come quello dell’origine non mentita o mistificata, in assoluto tra i più prossimi a una larga maggioranza, se non per il motivo di quella rimozione che Eribon investiga su sé stesso attraverso lo strumento dell’autobiografia? Perché apparentemente non sono pervenuti quei laboratori in cui un linguaggio non più indotto a formulazioni nevrotiche, sclerotiche, scisse in quanto costretto ad attenersi a categorie note, possa prefigurare per certi discorsi una dicibilità, e perciò una realistica e equa riconoscibilità pubblica?

Eribon con un coraggio da leone, prima della trentesima pagina del libro arriva al punto, almeno secondo la mia ottica che comunque è quella del poeta: il peccato più grande è il tradimento della propria infanzia che certo non comporta il fatto di restare al punto di partenza. Al contrario è forse la fedeltà all’assoluto della propria infanzia, che plasma un concetto di fedeltà a se stessi e all’altro, che difende dalla rimozione. E che pone gli inevitabili frammenti di cui sopra non più a una distanza siderale e dimentica tra loro, ma a una distanza in qualche modo percorribile sia all’andata che al ritorno.

cropped-cropped-img-20140916-wa0010.jpg

Il libro va letto oltre la trentesima pagina, naturalmente. E questo e solo un singolare inizio, che va al punto senza troppe deviazioni. Che di deviazioni onerose e dolorose, ce ne sono state già abbastanza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...