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La comunicazione nel gruppo terapeutico

Ogni uomo nasce e vive in una situazione di gruppo e l’appartenenza ad un gruppo è indispensabile alla vita dell’uomo che, in quell’ambito, struttura i rapporti fondamentali alla sua crescita. È dall’identificazione sociale tra individui che si costituisce l’abilità specifica umana del linguaggio, cioè lo strumento di comunicazione e di costruzione del pensiero, del sentimento, degli affetti, della cultura in senso lato

Dott.ssa Chiara Annecchini, Centro Libellula

di Chiara Annecchini

Il termine “comunicare” racchiude in sé un valore sociale in quanto include inevitabilmente l’altro e la necessità di mettervisi in relazione. Ogni uomo nasce e vive in una situazione di gruppo e l’appartenenza ad un gruppo è indispensabile alla vita dell’uomo che, in quell’ambito, struttura i rapporti fondamentali alla sua crescita. È dall’identificazione sociale tra individui che si costituisce l’abilità specifica umana del linguaggio, cioè lo strumento di comunicazione e di costruzione del pensiero, del sentimento, degli affetti, della cultura in senso lato. Comunicare non è solo pronunciare, scrivere, disegnare: la comunicazione avviene quando c’è comprensione, scambio, partecipazione; quando l’espressione è “codice condiviso”.

Il gruppo terapeutico è luogo d’elezione per la comunicazione che assume modalità espressive sempre diverse. I partecipanti ad un percorso psicoterapeutico di gruppo sono persone che non si conoscono, non hanno contatti al di fuori delle sedute, possono avere età diverse, si incontrano settimanalmente solo in gruppo e solo per la terapia. Il gruppo è uno “spazio sociale” che favorisce lo sviluppo delle relazioni fra gli individui che ne fanno parte e facilita la nascita dei legami identificativi ed individuativi; tale spazio sociale genera, inoltre, la creazione di una cultura e di una affettività comuni che nel tempo tendono ad essere condivise, a stabilizzarsi e ad essere interiorizzate. Non esiste gruppo quando non esiste, tra le persone che lo compongono, una vera e propria rete di comunicazione; per questo il concetto stesso di gruppo è un concetto inerente alla comunicazione. In questo breve articolo non sarà possibile approfondire tutto il ricco e complesso mondo comunicativo di un gruppo terapeutico, proverò a delinearne e descriverne gli aspetti più importanti. I primi requisiti essenziali per sviluppare una buona coesione del gruppo sono la riservatezza e la confidenzialità delle comunicazioni che avvengono all’interno del gruppo stesso; questo consente ai partecipanti di esprimersi liberamente e di sperimentare l’esistenza di un contesto protetto ed accogliente in cui potersi fidare ed affidare.

Un’importante qualità e disposizione d’animo che la comunicazione richiede nel gruppo terapeutico è senza dubbio la generosità: ogni partecipante dona parti di sé, della propria storia, del proprio vissuto agli altri. Ciò avviene dal primo momento dell’ingresso nel gruppo, dunque tra persone assolutamente sconosciute e, strada facendo, si consolida ed assume grande valore terapeutico. Attraverso la comunicazione e la condivisione delle storie personali infatti i pazienti possono rispecchiarsi e provare sollievo nel rendersi conto che le loro angosce, i loro sentimenti, i loro sintomi possono essere condivisi, accolti e compresi. Lo scambio autentico in un clima di assoluto rispetto permette di poter sperimentare l’importante vissuto di essere non solo bisognosi ma anche competenti e in grado di soddisfare richieste altrui, attraverso la comunicazione di personali indicazioni o suggerimenti; i partecipanti infatti attraverso feedback e risposte aiutano e sono aiutati nell’acquisizione di una più accurata autopercezione.

Il cambiamento all’interno del percorso terapeutico, così come in ogni altro contesto, non può prescindere dalla capacità di apprendere nelle interazioni con gli altri e si accompagna ad un incremento della conoscenza di sé che procede parallelamente ad una maggior comprensione degli altri e ad un generale allargamento degli orizzonti esistenziali. Questo processo conoscitivo, particolarmente mobilitato nella situazione analitica di gruppo, procede attraverso l’opportunità di vedere sé stesso negli altri e di vedere gli altri dentro sé stessi, in un processo di rispecchiamento dunque, che porta ad un più realistico autoriconoscimento, sia in termini di limiti che di potenzialità. L’acquisizione di maggior consapevolezza di sé è alla base del processo di cambiamento individuale: ogni partecipante, per migliorare la propria patologia, deve attraversare diversi stadi. In primo luogo è indispensabile rendersi conto delle proprie modalità di interazione sociale e delle conseguenze che esse hanno sugli altri e su se stesso, quindi, si deve provare a modificare tali modalità attraverso la sperimentazione, nel gruppo, di nuovi comportamenti e infine si deve verificare se essi risultano effettivamente più adeguati e rispettosi per tutti. Come avviene in qualsiasi incontro con l’altro, gli scambi all’interno del gruppo sono fatti anche di comunicazione non verbale che spesso fornisce maggiori elementi e che può essere utilizzata dai pazienti come sostegno al linguaggio verbale, ma anche per sostituire lo stesso.

Le espressioni facciali e gli orientamenti dello sguardo, i gesti e le posture, la vicinanza o lontananza di un paziente rispetto agli altri e allo Psicoterapeuta, il tono e le inflessioni della voce, tutti elementi di comunicazioni non verbali che fanno parte del linguaggio del corpo e che contribuiscono alla creazione del clima del gruppo. Ad esempio, soprattutto all’inizio di un percorso terapeutico, nei pazienti che sentono un forte bisogno di affiliazione al gruppo si osservano comportamenti che denotano ricerca di attenzione e di affetto, di intimità e di identificazione con l’altro, di conforto, di protezione. Così un paziente può ricercare attenzione assumendo un atteggiamento silenzioso, appartandosi, apparendo “perso” dentro le sue difficoltà. Ciò induce lo psicoterapeuta e gli altri membri del gruppo a prendersi cura di lui. La vicinanza fisica, “segnale di legame”, può comunicare un bisogno di intimità, una ricerca di attenzione, affetto, conforto. Altre volte, per comunicare unione, ma soprattutto, bisogno di identificarsi con l’altro, due membri del gruppo assumono posture simili, speculari. Attraverso il corpo viene inviato un messaggio del tipo: “vedi… sono come te!” Se un paziente accavalla le gambe, l’altro lo imita. Ciò costituisce quello che si chiama “eco posturale” ed avviene per lo più in modo assolutamente inconscio. Senza dubbio quello della comunicazione non verbale è un tema estremamente vasto impossibile da trattare in modo esaustivo in questo breve articolo nel quale però tengo molto a sottolineare l’importanza degli aspetti corporei della comunicazione che sostanziano ed assumono funzione di massima espressione dell’inconscio, di quella parte della nostra psiche che non raggiunge il livello di coscienza, ma che attraverso il corpo trova una possibilità di comunicazione.

Oltre al corpo, un altro strumento di comunicazione privilegiato dell’inconscio che ricopre un ruolo estremamente importante nella psicoterapia analitica di gruppo, nella Gruppo analisi, è il sogno. Anche questo argomento meriterebbe una trattazione approfondita e potrebbe essere un tema da sviluppare in un prossimo articolo; ciò che mi preme porre in luce qui è l’utilizzo che il gruppo fa del sogno proprio per avvalorare e tutto ciò che è stato detto finora sugli aspetti terapeutici del dispositivo gruppale. Il sogno è un’esperienza umana, che viene filtrata attraverso le lenti del nostro linguaggio, dei nostri valori sociali, e del simbolismo culturale. Quando un paziente condivide un sogno innanzitutto, dal mio punto di vista, fa un dono molto prezioso mettendo in comunicazione le parti più celate di sé e fornendo agli altri materiale che dinamizza aspetti interpersonali ed intrapsichici di ogni partecipante. Il sogno, una volta narrato, attiva libere associazioni, suscita domande, stimola numerose letture e diviene “patrimonio comune”. Un sogno narrato nel gruppo può segnalare il bisogno e la disponibilità del gruppo stesso ad affrontare il proprio inconscio condiviso e a sviluppare le proprie connessioni con l’impensato. Narrare il proprio contenuto onirico e quindi il proprio dialogo intrapsichico tra conscio ed inconscio svelando le parti più “segrete” di sé è un atto di grande coraggio e di estrema fiducia. Esiste una differenza tra sognare, che può essere considerato un evento intra-psichico, e narrare un sogno che, per sua definizione, è un evento interpersonale. Nella terapia psicoanalitica di gruppo, un sogno narrato può essere considerato sia un messaggio che contiene un contenuto personale ancora da decifrare, sia come la resa pubblica di materiale che riguarda tutti i partecipanti. L’elemento determinante e curativo all’interno del gruppo è nella “circolarità” della parola e nell’incontro con l’altro per cui, attraverso una sintonizzazione di sentimenti, pensieri e menti, si può rivelare, vivere e narrare.

In musica l’espressività è data dal collegamento fra le note, che noi chiamiamo con l’espressione italiana legato. Il legato impedisce a una nota di sviluppare il suo io naturale, ovvero di diventare tanto importante da mettere in ombra la nota precedente. Ogni nota deve essere consapevole di sé ma anche dei propri limiti; le stesse regole che si applicano agli individui nella società si applicano anche alle note musicali. Quando si suonano cinque note legate, ognuna lotta contro la forza del silenzio che vuole prenderle la vita, e ognuna è in relazione con la nota che l’ha preceduta e con quella che la segue. Nessuna nota può farsi valere, cercando di essere più forte di quelle che l’hanno preceduta; se lo facesse, sfiderebbe la natura della frase cui appartiene. Un musicista deve possedere la capacità di legare le note. Questa operazione così semplice mi ha insegnato la relazione fra individuo e gruppo. Per l’uomo è necessario contribuire alla società in maniera individuale; ciò fa sì che l’intero sia maggiore della somma delle parti. Individualismo e collettivismo non devono essere reciprocamente esclusivi; in realtà, insieme riescono a potenziare l’esistenza umana.

Daniel Barenboim


Chiara Annecchini

Centro Libellula Morluopo

  • Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta ad indirizzo psicoanalitico
  • Specialista in Gruppoanalisi
  • Psicoterapeuta individuale, di coppia, familiare, di gruppo e istituzionale
  • Consulenza e formazione ad equipe di operatori sociali

Mob. WApp. Telg. 333 2045759 email c.libellula.m@gmail.com

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