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Di mostri e supereroi di Ilaria Troncacci

Pubblichiamo oggi il ricco articolo di Ilaria Troncacci, presidente di Laputa che descrive i contenuti dell’evento “Nuovi supereroi” avuto luogo a Morlupo con la partecipazione di  Luigi Bigio Cecchi e Fran . Avvertenze: l’articolo contiene riflessioni, pensieri, idee articolate sulla base di esperienze realmente accadute espresse con chiarezza e precisione dai protagonisti. Leggere con attenzione e cautela.


 

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Ilaria Troncacci, Laputa

Il 2 marzo 2019 presso il Palazzetto Borghese di Morlupo ha avuto luogo l’evento Nuovi Supereroi organizzato all’interno del progetto Zer0magazine 2019, dall’associazione Libellula con la collaborazione dell’associazione Laputa. L’evento partito nella progettazione come la possibilità di realizzare dal vivo un’intervista doppia a due fumettisti particolarmente significativi per i percorsi portati avanti dalle nostre associazioni, si è rivelato essere qualcosa di diverso. Qualcosa di più.

La giornata si è subito ribellata alla sua definizione, partendo proprio dalla sua impostazione di base. 2marzo locAnziché un’intervista doppia, è stato chiaro fin dall’inizio come l’incontro prendesse sempre più le caratteristiche di un dialogo a più voci e per questo è stato particolarmente denso e ricco. I partecipanti infatti, pronti ad assistere a qualcosa chiamato appunto Nuovisupereroi, sono invece stati accolti da un esercito di mostri. I mostri sono per definizione ciò che sorprende e spaventa, ci interrogano riguardo ciò che viene considerato estraneo, grottesco, inaccettabile e svelano i tanti limiti che ogni società impone e si impone. Il mostro svela paure e debolezze e denuncia un concetto di normalità stringente ed escludente. E quindi cosa hanno a che fare i mostri con i supereroi? Sono loro i cattivi da sconfiggere? A nostro avviso no.

bigio_alonso_workingCiascuno con le proprie peculiarità, mostri e supereroi, sono una bussola che orienta i passi e traccia sentieri. Quando un mostro rifiuta lo stigma, riconosce, accetta e integra in sé i limiti e la forza che lo rendono unico e quindi non categorizzabile, non assimilabile, è allora che si vede trasformato in supereroe. I due ospiti d’onore Fran (vignettista per la testata online Fanpage.it e autrice di progetti editoriali quali La sai a Mammeta edita per round midnight edizioni, e La vedova bianca in uscita per BD edizioni) e Luigi Bigio Cecchi (scrittore e fumettista, ha pubblicato per diverse case editrici. Tra le sue pubblicazioni più importanti ricordiamo la striscia Drizzit edita online e dalla casa editrice Shockdom, e la raccolta di racconti Il Karma del pinolo, Del Vecchio editore), sono stati due tra le voci ad entrare in dialogo durante la giornata. Fran e Bigio, nomi d’arte come seconde identità, si sono fatti testimoni di un modo del tutto peculiare di essere supereroi qui ed oggi. fran19Nel mondo dell’efficienza ad ogni costo, di risultati visibili, certi e misurabili, nell’utopia distorta della ricerca del posto fisso come di un Sacro Graal dai contorni imprecisati che niente ha a che fare con le aspirazioni personali e con i talenti dei singoli, due persone che si pongono fuori da queste logiche e perseguono la propria realizzazione attraverso l’arte, sono una sintesi perfetta di ciò che per qualcuno può sembrare un mostro e per altri un supereroe.

“Non c’è una genesi del fumettista” ci dice Bigio, “non si diventa fumettisti venendo morsi da un ragno radioattivo. Io scarabocchiavo sui quaderni, ho iniziato a fare fumetto come professione molto più in là, avevo altri progetti, ho studiato altro che non ha niente a che fare col fumetto, ma ad un certo punto ho iniziato a fare queste strisce a fumetti che vengono pubblicate ancora gratuitamente tutti i giorni e hanno acquistato man mano sempre più visibilità, sempre più seguito finché alla fine sono arrivate delle proposte da parte delle case editrici. Io scrivevo già qualcosa, racconti per lo più, ma non immaginavo che avrei potuto dedicarmi a quello. È un misto di fortuna e contingenze.”

Ma vediamo forse una certa verità nel detto secondo il quale la fortuna arride agli audaci, anche Fran infatti parla della sua esperienza tirando in ballo contingenza e casualità:

“Non posso dire di essere diventata fumettista, io ho sempre disegnato, poi per varie combinazioni, anche fortuite, ho trovato lavoro in un giornale e ho potuto applicarmi a fare solo quello che volevo. È stato un percorso, non ho fatto studi del settore, ho studiato filosofia ma avendo un minimo di talento nel fumetto mi sono applicata e ho iniziato a cercare in quell’ambito un lavoro che mi piacesse. Anche grazie al tanto vituperato internet, ho avuto l’occasione di collaborare con la redazione di un giornale online e pian piano è diventato un lavoro fisso. Mi occupo principalmente di attualità e satira, come facevano e fanno colleghi autorevoli sui giornali cartacei, Altan, Vauro, Ellekappa, ed è questa un po’ la mia cifra, la satira. Poi parallelamente porto avanti dei progetti di fumetti o di illustrazione che cerco di bilanciare con il lavoro in redazione, senza possibilmente impazzire, non è sempre facile però si può fare.”

Ma oltre alle contingenze fortuite per divenire supereroi è necessario perseguire con costanza e passione i propri obiettivi e, come ci hanno raccontato Bigio e Fran, serve anche una massiccia dose di integrità e di fedeltà a se stessi, soprattutto in un mondo in cui i social network possono dare facilmente un senso di inebriante quanto effimera notorietà: Fran:

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Fran

“I social network per un fumettista sono una grande risorsa e siamo stati fortunati ad avere a disposizione questi strumenti, ma è importante imparare ad usare lo strumento per veicolare il messaggio che vuoi mandare e non il contrario, cioè lasciarti usare dai social per andare a caccia di like. È importante tenere fede alla propria originalità e non inserirsi all’interno di un trend che “funziona” per avere risalto. In questo modo non è la nostra arte ad avere risalto, stiamo solo alimentando il nostro narcisismo ed è facile in questo modo trovarsi inseriti in un contesto che toglie tempo e possibilità di fare cose belle, sacrificando ai like la creatività. Sono cose che si vedono fin troppo spesso, è uno spreco di talento che fa tristezza”

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Bigio

Bigio: “L’ansia da risultato sui social è tanto dannosa quanto artificiosamente costruita, tanto più che il risultato o gli obiettivi raggiunti, non si misurano in qualità ma in quantità di like. Le cose che funzionano sui social sono facilmente intuibili, sono sostanzialmente contenuti che alimentano se stessi, che non aggiungono nulla e che danno al lettore l’idea di potersi facilmente relazionare a ciò che è esposto. Se un autore volesse avere successo sarebbe facile seguire due o tre regole per ottenere milioni di interazioni. Ma produrre qualcosa di mediocre perché garantisce successo cosa dice del tuo lavoro, della qualità della tua produzione, ma soprattutto di te? Per questo l’autore vero non dovrebbe cadere nella falsa promessa di interazioni infinite. Perché sono i contenuti originali, creativi e artistici a fare la differenza e ad avere un valore di per sé. E questo ha un riscontro anche dal punto di vista editoriale e quindi economico. Al contrario la forma del meme, che è senza dubbio il contenuto che porta il maggior numero di interazioni sui social, non ha alcun valore intrinseco, diventa virale perché è qualcosa in cui una moltitudine può riconoscersi, è un modo per parlare di sé. Se condivido un meme o un contenuto che si allinea alla sua struttura, non sto promuovendo l’autore, ma me stesso, sto parlando di me. E questo non genera mercato, non si può pubblicare una raccolta di meme e sperare di avere successo. Se invece i contenuti sono originali, le persone che ti seguono lo fanno con consapevolezza, apprezzano la tua opera, il tuo lavoro e questo vuol dire ad esempio che compreranno il tuo libro.”

C’è un continuo flusso tra ciò che si vive all’interno e ciò che ci pone in relazione con l’esterno, come le dottoresse Marta Paniccia e Chiara Annecchini, che hanno preso parte al dialogo hanno sottolineato più volte. E questa doppia dimensione trova una sua sintesi nella produzione artistica, per questo abbiamo chiesto ai nostri fumettisti supereroi, in che modo la loro arte può diventare e diventa azione politica, Bigio:

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Di Luigi Bigio Cecchi

“Io ho provato a fare satira vera, c’è stato un brevissimo periodo della mia vita in cui ho lavorato anche io per un giornale locale, per cui facevo delle vignette in cui commentavo fatti di attualità, quello che Fran fa con professionalità tutti i giorni. Ma l’idea di dover commentare ogni giorno episodi specifici anche quando il fatto del giorno non era neanche una notizia e non valeva la pena neanche spenderci inchiostro, mi intristiva molto. Ho proseguito portando avanti i miei altri progetti. La striscia di Drizzit, che prosegue ormai da dieci anni, ha un’ambientazione fantasy, che non viene usata in modo esplicito per impacchettare la realtà e fare parallelismi, ma che inevitabilmente parla di politica e di dinamiche politiche. Mi piace però che l’azione politica che è sempre presente rimanga sottile. Le mie opere sono politiche, perché disegnando prendo posizione, ci sono critiche alla società, critiche alla religione, a tutti i dinamismi che ci sono nelle relazioni interpersonali e così via, ma lascio che questi messaggi siano sottili e parlino a chi ha voglia di scavare un po’ più a fondo, agli altri può bastare farsi una risata a cuor leggero seguendo le avventure di elfi, maghi e streghe.”

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I libri di Fran

Fran: “Io credo che chiunque faccia un lavoro di genere artistico non può esimersi dal riflettere i tempi che vive. Quello che metti nella tua arte è la tua esperienza e questa è fatta anche di politica. Perché la politica è semplicemente il modo in cui i cittadini si occupano della cosa pubblica non è una parolaccia, tutti ci occupiamo di politica perché la politica si occupa di tutti noi, bene o male. O almeno lo faceva, perché adesso la politica non esiste più, esistono delle tifoserie e questo complica anche il nostro lavoro, perché spesso più che il messaggio conta la “squadra” e questa concezione rende accettabile l’idea di censura, si censura ciò che non piace, e quando gli schieramenti contano più dell’idea allora io censuro tutto ciò che se la prende con chi mi è simpatico. Ma a noi che facciamo questo mestiere non è simpatico nessuno. La satira da questo punto di vista è imparziale, l’obiettivo è quello di smascherare le ipocrisie del potere e non importa chi lo detiene. E fare satira ora è particolarmente problematico perché qualunque politico che abbia accesso ai social è capace di mettersi in ridicolo benissimo da solo. Non è più chiaro se è la satira che prede in giro loro, o loro che usano la satira per far parlare di sé e quindi in qualche modo prendono in giro noi. Soprattutto in Italia, dal momento che viviamo in una campagna elettorale perenne, perché non si è ancora capito chi deve salire al potere e soprattutto cosa farà poi di questo potere se dovesse aggiudicarselo, si cerca di occupare quanto più spazio possibile all’interno della giornata, e quindi dire una cosa che diventa virale su Facebook o su Twitter vuol dire aver portato a casa la giornata, in termini di visibilità. Ed è difficile ormai distinguere quando si ha a che fare davvero con delle notizie e quando invece con semplici pettegolezzi. L’approvazione della legge finanziaria e il selfie triste perché si è stati lasciati dalla fidanzata hanno valore in base alla visibilità che donano non in merito alla notizia in sé. Tutto è confuso e paradossalmente non vale più niente. Stando così le cose, la satira perde il suo potere e la sua funzione e non mi stupirebbe se in Italia la satira pian piano sparisse.”

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Ilaria Troncacci

Parlare di azione politica, di trasformazione e crescita è inevitabile quando tante persone che fanno dell’azione positiva sul territorio un obiettivo fondamentale del loro agire, si trovano a ragionare insieme. Se c’è stato un elemento distintivo che fra i tanti si è imposto con la sua potenza, è stato senza dubbio il riconoscere come ogni partecipante forte della propria individualità si muovesse però all’interno di un percorso condiviso con grande consapevolezza. Per tutti noi, attraverso progetti come questo, trovare convergenza di idee, tra persone con vissuti e provenienze molto diversi, con esperienze e professionalità che difficilmente sono poste in dialogo tra loro è stato come avere una conferma che la strada intrapresa, certamente una tra le molte possibili, ha un suo significato profondo e accogliente, e questo inevitabilmente riempie di soddisfazione e speranza.

L’altra voce in dialogo con quella dei fumettisti e delle associazioni, è stata quella dei ragazzi dell’istituto comprensivo di Morlupo che hanno preso parte ai laboratori tenuti dalle dottoresse Marta Paniccia e Chiara Annecchini. Dice in proposito la dottoressa Annecchini: “Abbiamo proceduto iniziando a pensare a come proporre dei temi ai ragazzi. Cosa e come proporre per ottenere qualcosa, perché spesso questo è l’errore che facciamo, pensare all’obiettivo. In questo caso noi abbiamo riconosciuto la forzatura e abbiamo fatto un passo indietro.

Ci siamo chieste cosa davvero ci interessasse e ci siamo dette che era il punto di vista dei ragazzi ad essere prezioso. Quindi abbiamo lasciato da parte i nostri obiettivi e ci siamo concentrate sul creare l’occasione di aprire uno spazio di ascolto autentico.” I ragazzi quindi, supereroi d’eccezione, si sono posti in dialogo con i fumettisti, dimostrando attraverso le domande preparate in occasione dei laboratori, una profondità di pensiero e di analisi davvero significativa. Ad esempio, tra l’altro, hanno rivolto ai due adulti in dialogo con loro delle domande riguardo le strategie messe in atto, come personaggi pubblici e attivi in rete, per difendersi dalle parole d’odio e dall’aggressività su internet.

Fran: “Vi racconto un aneddoto: anni fa feci una storia a fumetti molto breve sull’immigrazione, fu una cosa molto bella che sono fiera di aver fatto. Era il 2015 e adesso le cose sono peggiorate moltissimo. Questa storia raffigurava una mamma e un bambino che fanno visita ad un museo dell’olocausto del mediterraneo. Mi venne a rispondere su facebook un ragazzo insultandomi, non ricordo perché nello specifico. Andai a vedere il suo profilo e mi resi conto che era un ragazzo del liceo così cercai di rispondergli, di aprire un dialogo facendo domande e cercando di farlo parlare del suo punto di vista per ragionare insieme. Arrivammo non so come a parlare di imperialismo e colonialismo, e lui disse che non credeva nella guerra del golfo, perché la guerra del golfo c’era stata prima che lui nascesse e quindi io non avevo modo, a suo avviso, di dimostrargli che era successa davvero. Io ho imparato da quel momento a non rispondere più ai commenti su facebook. Al di là dell’aneddoto ho imparato non solo a non rispondere ai commenti, ma ho smesso anche di leggerli. Devo dire che il mio giornale è molto seguito, forse la testata online più seguita in Italia, e sembra ormai che la gente si raduni su facebook per commentare gli articoli insultandosi a vicenda, o insultando il giornalista o il protagonista della notizia, e questo non riguarda solo il mio giornale, è un fenomeno purtroppo diffusissimo. È una china bruttissima che si è presa. Per sfogare la frustrazione la gente perfettamente a cuor leggero dice delle cose orribili e sono persone normali, persone che esistono e che si permettono di essere crudeli pensando che non ci siano conseguenze per quello che viene fatto sui social, perché tanto è internet. Paradossalmente internet era molto più civile e molto più di condivisione quando non esistevano i social network e c’erano i forum tematici. I social network sono un giocattolo in mano a dei bambini, però dei bambini cresciuti quindi pericolosissimi perché ci vuole niente che poi quest’odio venga incanalato in qualcosa di peggio. Ne vediamo tante di notizie brutte che riguardano le donne, gli immigrati, le fasce più deboli della popolazione. Perché ovviamente nessuno va sotto la reggia del re a dire “il re fa schifo”, te la prendi con il poveraccio, con lo stracciato, con chi non si può difendere. Di solito sulla mia pagina facebook non succede nulla di brutto perché il numero contenuto di persone che mi seguono lo fanno perché interessati a quel che faccio, è come se fosse un piccolo cortile. Però sul giornale è diverso e io ho smesso di leggere i commenti, perché leggi cose che fanno rabbrividire e questo ti distrugge la giornata di lavoro, ti mette un carico di negatività addosso che fai fatica a scrollarti e questo riguarda tutti, non solo chi lavora come me sui social. Ci sono dei giorni in cui mi trovo a pensare, perché ho guardato questa notizia? Perché ho letto i commenti? E questo è l’enorme potenziale sprecato di internet, si ha potenziale accesso a qualunque informazione e poi invece diventa più salutare non vedere e non sapere”.

Bigio: “Anche io utilizzo, da poco lo ammetto, la stessa tecnica. Quando si è passato dai forum ai social network, ricordo che era facilissimo infilarsi all’interno di una discussione e perderci il pomeriggio. Ma poi pian piano stando sui social network anche per motivi di lavoro, capisci che puoi farne a meno e pian piano ci si vaccina. A volte capita ancora oggi, leggendo commenti spiacevoli di avere voglia di rispondere e puntualizzare. E quindi adotto questa tecnica: do una risposta veloce e non ci ripasso più. Rispondo e disattivo le notifiche del post. Non so se sia una strategia vincente, ma credo che dare spago a persone che vogliono solo farti avere una reazione sgradevole sia controproducente.” Anche la seconda domanda posta dai ragazzi ha evidentemente molto a che vedere con le loro vite e le loro paure. Facendosi portavoce di istanze più o meno subdole, ma che evidentemente raggiungono il proprio obiettivo, i ragazzi chiedono infatti in che modo le famiglie hanno accolto la decisione dei due autori, di fare un lavoro così fuori dagli stretti sentieri che i ragazzi vedono aprirsi davanti a loro. In questo i due fumettisti diventano davvero supereroi, perché ribaltano categorie e dimostrano che l’orizzonte è molto più ampio rispetto a quello che a volte ci viene presentato. La responsabilità dei supereroi è forse questa più di altre: rendere noto che non tutto ciò che è definito come impossibile lo è davvero. In conclusione una ragazza con la sua domanda, poetica e profonda, suona la sveglia e ci interroga sulle nostre passioni e il nostro rapporto con la felicità: “Immaginiamo due realtà: in una un bambino si appassiona a un fumetto, nell’altra se ne disinteressa. In quale delle due realtà il bambino avrà un futuro più felice?” Fran: “Più che una domanda, a me sembra una richiesta di rassicurazione. È come se questa ragazza chiedesse: mi serve? Può davvero rendermi felice appassionarmi ad un fumetto o a qualche altra cosa? Oppure è qualcosa che posso lasciare andare nella vita? Secondo me un bambino è più felice se si interessa a un fumetto, a un libro, a un film. Se si interessa in generale. Scorrendo i supereroi in mostra creati dalle classi della scuola secondaria di primo grado di Morlupo, tra le qualità ricorre spesso: è empatico e sa fare tutto. Queste sono qualità fondamentali anche politicamente. Siamo in un momento storico in cui stiamo tornando al fatto che ogni uomo vuole essere un’isola, si finisce per diventare tutti delle monadi, tutti autoriferiti e chiusi in se stessi, sempre più certi che l’altro sia un nemico. Questo ci incattivisce e ci impoverisce. È importante che i ragazzi ricordino che la vera forza sta nel gruppo. Se non fossimo tutti in relazione e tutti con una certa empatia, allora tanto varrebbe chiuderci in casa a doppia mandata, perché senza empatia, senza fiducia nel prossimo viene meno il presupposto fondamentale dello stare in gruppo, dell’essere, in effetti, umanità. ”Bigio: “Mi piacerebbe parlare con questa ragazza. Lei chiede non se una persona che si appassiona a un fumetto possa realizzarsi, chiede proprio di essere felice. Mette sullo stesso piatto della bilancia la passione per qualcosa e la felicità, in mezzo ci sono tante altre cose, ma da questo lei parte e quindi sarebbe stato davvero interessante parlarne.”

Logo-LAPUTA-CSQuesta è la suggestione con cui l’evento si è chiuso e che ha dato la possibilità a ciascuno di tornare a casa con tante nuove domande da cui partire ancora una volta per innescare un positivo processo di trasformazione e per avvicinarci un pochino di più ogni giorno al supereroe che aspiriamo a diventare. Ci lasciamo ispirare dal mostro e dal supereroe che sono dentro di noi? Ci concediamo di indulgere semplicemente nella bontà? Siamo capaci di essere coraggiosi e fare quel percorso che parte da dentro di noi, ci porta fuori e ci rende soggetti politici e torna dentro ci trasforma, ci modifica e ci prepara a nuove avventure? Ci concediamo l’opportunità di essere felici?

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