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Anna Maria Curci: la poesia dialettale dimora e ponte

Il progetto Zer0Magazine 2019 ha contratto un debito importante con Anna Maria Curci rispetto all’orientamento tematico proposto e illustrato da lei in sede di apertura dei lavori del progetto sabato 1 dicembre 2018. In seguito, è stato grazie all’input di profonda e necessaria originalità, dato dal discorso di Anna Maria Curci entro lingua madre e dialetto, che al nostro progetto è stata data la possibilità di costituirsi in modo ancora più consapevole come un lavoro di ricerca linguistica su un campo in cui il linguaggio è soprattutto qualcosa di vivo e condiviso dentro la scuola, oltre che un aspetto della comunicazione intesa come scambio emotivo/formativo tra generazioni e contesti diversi. Proponiamo oggi sul nostro sito l’articolo scritto da Anna Maria Curci per Zer0Magazine 2019 sottolineando che è solo una piccolissima parte del contributo reale di Curci traduttrice, docente, poeta e critico. Inoltre il ringraziamento dell’associazione culturale Libellula a Anna Maria Curci si estende alla correttezza, alla puntualità, alla generosità che mette in prima linea sempre la chiarezza del tema proposto e la promozione delle voci che lo illustrano, senza che venga meno un’etica della relazione che insegna dentro e oltre i temi originalissimi da lei proposti.

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Rose AusländerLa mia patria è morta
l’hanno sepolta
nel fuoco
Io vivo
nella mia madreterra
la parola
Rose Ausländer trad. Anna Maria Curci

di Anna Maria Curci 

Anna Maria Curci, 1 dicembre 2018, evento di apertura progetto Zer0Magazine 2019

Anna Maria Curci,1 dicembre 2018, evento di apertura progetto Zer0Magazine 2019

Nel segno dei versi di Rose Ausländer posti in epigrafe prendono l’avvio e si sviluppano queste mie riflessioni sulla centralità della poesia dialettale in ogni discorso che voglia restituire consistenza all’aspirazione, che oso dire insopprimibile, a una parola poetica sonoramente universale.

Perché è proprio la poesia dialettale contemporanea a muoversi verso la pienezza e a resistere attivamente all’esclusione, alla messa nell’angolo, in breve all’ottuso lavorio del monocorde, monolingue, monotono?
Innanzitutto per lo scatto da cui ogni poesia prende le mosse, vale a dire dall’esigenza di «trovare frasi vere» (Ingeborg Bachmann). Ebbene, questa necessità riconosciuta si spinge nella poesia dialettale fino nelle pieghe più remote, nei varchi più profondi. A questo proposito, nella conversazione con Andrea Camilleri, poi pubblicata con il titolo La lingua batte dove il dente duole (Laterza 2013), Tullio De Mauro riporta un passaggio rivelatore da Libera nos a Malo di Luigi Meneghello:


men«Nell’epidermide di un uomo si possono trovare, sopra, le ferite superficiali, vergate in italiano, in francese, in latino; sotto ci sono le ferite più antiche, quelle delle parole del dialetto, che rimarginandosi hanno fatto delle croste. Queste ferite, se toccate, provocano una reazione a catena, difficile da spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e immodificabile, anche se in seguito ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua».


La poesia dialettale non va soltanto a ricercare, per riportarla alla luce, la parola, il lemma, il vocabolo aderente alla realtà che preme per farsi creazione poetica. Essa è dimora primigenia e non rinnegata; aspira, oltre a ciò, a farsi ponte verso altri territori di parole, altri idiomi, che sono sistemi linguistici e, insieme, organismi vivi e continuamente vivificati da questo processo creativo.

Nel farsi ponte, la «madreterra parola» arricchisce, innova, amplia la rete, favorisce l’apertura di nuovi passaggi e il mutuo concorrere a una forma, nuova, dinamica, innovativa.

Ne sono una prova le versioni in italiano (raramente si tratta di semplici traduzioni) che gli stessi autori neodialettali creano delle proprie poesie in dialetto e, viceversa, le versioni in diversi dialetti d’Italia di poesie provenienti da altre lingue nazionali.

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È una poesia, quella dialettale, che i procedimenti della geocritica mettono in risalto e che a sua volta esalta i procedimenti della geocritica. Paesaggi, come le Murge di Vincenzo Mastropirro, città, come Perugia “città del vento” di Ombretta Ciunelli, paesini come Sambuci nel Lazio in Accquantu di Aurora Fratini, perfino rioni, come Cuti nella Calabria di Daniel Cundari, diventano materia sonora nei testi poetici.

Un ulteriore segno tangibile della resistenza attiva all’esclusione praticata dalla poesia dialettale è quello di dare voce agli ultimi, ai dimenticati, anche dalla storia recentissima o dalla cronaca. Questo è il caso di Daniele Gaggianesi con la raccolta Quand finìssen i semafor e di Ivan Crico con Seràie: la quotidianità insieme sgangherata e imposta dalle nuove tecnologie, le immagini rimbalzate in tutto il mondo dai drammi dei migranti nell’uno, la Spoon River della contemporaneità nell’altro, con le voci dei periti nelle tragedie del nostro tempo sono coniugati al “dialetto milanese del XXI secolo” e al sermo rusticus arcaico-veneto”.

Anche oggetti, suppellettili, utensili dimenticati o, per usare l’espressione di Patrizia Sardisco nel dialetto di Monreale, ferri vruricati, arnesi sepolti, diventano strumenti di ricerca della parola-poesia.

L’attenzione allo strumento linguistico, medium e sostanza della poesia, resta sempre vigile, dando vita non di rado a una feconda tensione tra familiarità e straniamento, inattualità e immanenza.

La parola allora si incarna tra luoghi e silenzi, li abita e li anima, come avviene nei testi di Maria Gabriella Canfarelli nel dialetto siciliano di A palora ppi sempri.

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