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Lingua madre Madre lingua 2. Paola Del Zoppo

Seconda parte: Ogni scrittura è di per sé una traduzione

di Poala Del Zoppo 

L’autotraduzione porta all’estremo compimento il dialogo impossibile e insieme compiuto con un sé che è anche altro da sé, e può coadiuvare l’idea direttamente all’idea che ogni scrittura è di per sé una traduzione.

Prima parte: La casa sul confine


Una lente particolarmente trasparente per trattare il peso della traduzione in questo filo di considerazioni resta allora la riflessione sull’autotraduzione poetica:

Nel 1999 scrissi una storia poliziesca in versi in cui investigavo sulla morte della mia lingua madre, intitolandola Y Llofrudd Iaith, L’assassino della lingua. La trama del volume originario era ambientata in un villaggio del Galles occidentale in cui un’anziana signora, la mia personificazione della lingua gallese, era stata trovata morta. Nel libro, nel complesso, volevo interrogarmi su come possiamo liberarci dall’idea di una “lingua madre” che porta con sé un pesante bagaglio psicologico e la visione naif dei parlanti natii. Il Detective Karma, metà gallese e metà giapponese, conduceva le indagini, e non vi dirò l’esito della storia. […] La prima sezione di Keeping Mum rappresenta, di Y Llofrudd Iaith, tutto quello che sono riuscita a tradurre, rendendolo con un discreto fascino poetico. Solo una manciata di poesie sono versioni letterali. […] Rivedere il soggetto mi ha ispirato delle poesie completamente nuove, in inglese, e ho lasciato che prendessero forma. Si tratta quindi di traduzioni senza un testo originale – il che forse è un’utile definizione della poesia stessa (1)

L’autotraduzione, dunque si ritaglia uno spazio proprio dove l’autore è libero di operare tutte le modifiche che desidera al suo stesso testo primario, per “testarne” la tenuta, come fa Hilde Domin, o anche per verificarne la potenza poietica, come evidenzia Gwyneth Lewis, fino ad arrivare a una riscrittura. Il focus è utile perché aiuta a vedere la traduzione come lettura activa contro la lettura come attività contemplativa: di per sé un concetto ben assimilato, che però si tinge di una nota diversa. D’altro canto, allo scrittore che si autotraduce viene riconosciuta con più facilità, un’autorità sul testo che non viene riconosciuta al traduttore.

In questo quindi la poesia si differenzia nella sostanza dalle manifestazioni sociali che sottostanno a questa regola. Già in questo si rivela che le definizioni alternative per un’immagine costruita sulla contrapposizione come categoria non siano sufficienti e addirittura possano portare a conclusioni errate, come accade infatti nella pratica della storia della letteratura. […] Il componimento poetico è, di contro, ex definizione, la durata dell’effimero, cioè nella sua sostanza fuori dal tempo (2)

Il “circolo ermeneutico” e l’orizzonte delle aspettative sono infatti innegabilmente schiacciati quando l’autore si trasforma in lettore e poi addirittura ri-scrittore del proprio testo. Ricordiamo che la definizione ermeneutica della teoria fondante dell’ermeneutica moderna, quella di Gadamer si fonda anche e soprattutto su un’esperienza del “tu”, e quindi sul dialogo come fenomeno ermeneutico in sé, allargandone la dimensione. Il processo di liberazione dal “pregiudizio” ermeneutico, introdotto nella seconda sezione di Verità e metodo (“compito della coscienza della determinazione storica”), verrà poi definito come “la forma propria del dialogo, nel quale viene ad espressione un “oggetto” che non è mio o dell’autore, ma “qualcosa di comune che ci unisce” (3) Così, il discorso gadameriano sull’esperienza poetica – dopo la chiarificazione dei suoi tratti di apertura illimitata e incontrollabile, negatività e dialetticità, storicità e finitezza – sembra trovare il suo “culmine” nella terza parte di Verità e metodo, con il riconoscimento dell’“essenza linguistica” dell’esperienza che l’uomo ha del mondo, e della “condizione dialogica originaria” dell’umano stare al mondo.

L’autotraduzione porta all’estremo compimento il dialogo impossibile e insieme compiuto con un sé che è anche altro da sé, e può coadiuvare l’idea direttamente all’idea che ogni scrittura è di per sé una traduzione, e che ogni atto linguistico è creativo ed “exopoetico” – o addirittura essofonico, come sostengono alcuni teorici della letteratura contemporanea. In questo si rispecchia un’idea di creazione, letteraria, poetica o dialogica che sia, legata inevitabilmente anche alla corporeità, tornando quindi alla concezione di lingua materna come lingua di uno “spazio” del materno, e quindi di lingua in cui è possibile una copoiesi linguistica, estetica e comunicativa. La lingua madre è il luogo in cui siamo in dialogo con noi stessi, in cui creiamo un dialogo con l’altro che parte dallo stare nella sua posizione, ed è quella in cui possiamo creare il nostro universo di comunicazione, e dunque l’unica definizione realistica di lingua madre è di quella lingua che ha una capacità relazionale diversa rispetto alle altre. D’altro canto, però, la lingua madre può quindi essere modificata e modificabile in base alla situazione “corporea” del parlante/ scrivente, che tradurrà in modo diverso pensieri, sensazioni, emozioni, soprattutto in base alla sensazione di eventuale agio o disagio in cui questa “traduzione” avviene.

Innanzitutto, per aderire all’idea della non-esclusione in senso qualitativo, in questa concezione bisogna iniziare a pensare degli spazi di vita copoietici, in cui a ciascuno sia garantita la possibilità di riconoscersi in un linguaggio. Altro movimento importante, e a questo connesso, è la valorizzazione delle singolarità nelle relazioni di costruzione poetica del mondo. Per dimostrare la dimensione poetica della scrittura in prosa di Hebel – con particolare riferimento alla raccolta del tesoretto dell’“amico di casa” renano – , Heidegger si concentra proprio sull’idea di scrittura come casa, come costruzione atta all’accoglienza: “La casa diviene casa solo attraverso l’abitare. Però il costruire, per mezzo del quale la casa viene edificata, in verità è ciò che è soltanto quando viene anticipatamente destinato al lasciar abitare” (4)

Proust, Kafka, Joyce, Mandel’stam, Wallace Stevens, Camus, Yourcenar e altri non sono le loro individuali esperienze estetiche radicate nel momento storico-geografico della loro espressione, ma percorrono gli universi poetici di epoche e scritture. nessuna categorizzazione può racchiudere la loro esperienza poetica se non la volontà intrinseca di creare luoghi abitabili, che restino costantemente luoghi di confine e atti alla continua mutazione poetogenetica: luoghi del materno/ matrixial in cui la lingua madre è anche il miscuglio delle lingue generate.

Insomma il tempo di queste opere è anche il tempo in cui esse divengono, il tempo delle letture e delle interpretazioni che ne continua la presenza e l’azione presso culture ed epoche e lingue diverse da quelle in cui esse sono nate. La singolarità dunque diviene, si adempie altrove. Questo è vero anche per le letterature non europee: Poe è in Baudelaire, come Faulkner in Vittorini e in Marquez. In questa mobilità della geografia e fluttuazione dei confini, in questo nomadismo delle forme e dei saperi, è forse l’elemento vivente del singolo testo l’unità da preservare e osservare: rifrazioni, rispondenze, fonti lì si incontrano facendosi forma. (A. Prete, Stare tra le lingue)

Quindi lo spazio copoietico più efficace per un cambiamento in senso di autentica inclusione è proprio lo spazio poetico/letterario, che si identifica con uno spazio “materno”, in cui ogni testo è, in quanto artisticamente definito, di per sé un’opera del limine che accoglie sia i frutti di opere preesistenti che i semi di quelle che verranno, e in cui la parola polisemica è valorizzata e dunque introiettata con più facilità. Dunque, se da una parte che si agisce sempre anche con la lingua letteraria introiettata (poetica, copoietica, multiforme e polisemica) all’interno di dinamiche quotidiane e di intimità, dall’altra parte, è necessario è naturale riconoscere una dignità, che, a valle delle considerazioni di cui sopra chiameremo letteraria, a tutte le lingue madri, siano esse lingue nazionali o regionali, e anche a delle plurilingue che si vengono a creare nell’interazione contemporanea costante tra gruppi e individui. La lingua materna e la lingua letteraria si evidenziano così come molto più strettamente interconnesse di quanto non si riconosca comunemente: una lingua che si fa madre è una lingua co-creata che rende “madre” ogni poeta/scrittore. Anche in questo, lo spazio del riconoscimento e della dignità della singolarità – concepita, data e assunta – è il primo e unico spazio possibile di inclusione.


Note

(1) G. Lewis, cit., p. 5

(2) H. Domin, Wozu Lyrik Heute, Fischer, Frankfurt 2005, p. 225.

(3) H. G. Gadamer, Wahrheit und Methode in Gesammelte Werke (1), p. 282 e 283.

(4) M. Heidegger, Hebel, l’amico di casa, Aguaplano, Perugia 2012, p. 17.


Testi citati o di approfondimento

Bhabha, H. K., I luoghi della cultura, Meltemi, Roma 2001.
Del Zoppo, P., La città d’oro fatta di niente, in Domin, H., Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, Roma 2007.
Domin, H., Wozu Lyrik Heute, Fischer, Frankfurt 1987 (2005).
Domin, H., Con l’avallo delle nuvole, Del Vecchio Editore, Roma 2005.
Ettinger, B., (M)Other Re-spect: Maternal Subjectivity, the Ready-made mother-monster and The Ethics of Respecting. Studies in the Maternal, 2(1), 2010, pp.1–24.
Ettinger, B., Metramorphic Borderlinks and Matrixial Borderspace, in J. C. Welchman (a cura di) Rethinking Borders, London, Macmillan Press, 1996, pp. 125-59.
Ettinger, B., The Matrixial Gaze (Leeds, Feminist Arts and Histories Network, Department of Art), University of Leeds 1995.
Ettinger, B., The with-in-Visible Screen, in M. Catherine De Zegher (a cura di) Inside the Visible: An Elliptical Traverse of 20th Century Art, in, of, and from the Feminine, Boston, The Institute of Contemporary Art, 1996, pp. 89-113.
Forster, L., The Poet’s Tongues. Multilingualism in Literature. Cambridge University Press, Cambridge 1970.
Gadamer, H. G., Verità e metodo (qui cito e traduco personalmente dal tedesco: Wahrheit und Methode, Gesammelte Werke, vol I).
Heidegger, M, Hebel, l’amico di casa, Aguaplano, Perugia 2012.
Kellman, Steven G., The Translingual Imagination, University of Nebraska Press, Lincoln (Nebraska) 2000 (trad. it.: Scrivere tra le lingue, Città Aperta, Troina 2007.)
Lewis, G., L’assassino della lingua, Del Vecchio Editore, Roma 2003.
Prete, A., Stare tra le lingue, in Prete, A., Francavilla, R., Dal Bianco, S., Stare tra le lingue. Migrazioni, poesia, traduzione, Manni, Lecce 2002.
Walsh Hokenson J., Munson M., The Bilingual Text. History and Theory of Literary SelfTranslation, St. Jerome Publishing, Manchester 2007
St-Pierre, P., Translation as Writing Across Languages: Samuel Beckett and Fakir Mohan Senapati, in <TTR: traduction, terminologie, rédaction>, 9 (1996), 1, pp. 233-257.
Stockhammer, R., Exophonie. Anderssprachigkeit (in) der Literatur, Kulturverlag Kadmos, Berlin 2007
Tanquiero, H., Self-Translation as an Extreme Case of the Author-Translator-Dialectic, in Beeby, A. et.al (a cura di) InvestigatingTranslation. Selected Papers from the 4th International Congress on Translation (Barcelona 1998), Benjamins, Amsterdam e Philadelphia 2000, pp. 55-63.
Yildiz, Y., Beyond the Mother Tongue: The Postmonolingual Condition, Fordham UP, New York 2012.


Le immagini di questo articolo sono diorami e opere fotografiche di LORI NIX / KATHLEEN GERBER. 

A breve è prevista la pubblicazione del n. 2 di Libellulab, il pdf del saggio  integrale di Paola Del Zoppo scaricabile e sfogliabile gratuitamente 


Paola Del Zoppo, autrice del saggio

Paola Del Zoppo

PhD in Comparative Literature and Literary Translation

Adjunct Lecturer in German Translation Studies Tuscia University www.unitusdistu.net

Researcher for German Translation Studies
Lecturer for German Translation Studiesand 

German Cultural History

Università di Roma LUMSA

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