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Lingua madre Madre lingua 1. Paola Del Zoppo

Riportiamo la prima delle due parti del saggio su materno, poesia, traduzione e plurilinguismo che Paola Del Zoppo ha scritto per Zer0Magazine 2019. La densità tematica del testo e la ricchezza dei riferimenti letterari, insieme all’evidenza di una ricerca condotta sulla materia viva dell’esperienza umana e accademica dell’autrice, vengono riconnessi qui  a una pratica sociale, come quella innestata da Libellula su un territorio specifico. Ne risulta un’occasione rara di condivisione e di ascolto cui speriamo davvero non mancheranno, tutti coloro che, come ha scritto l’autrice del saggio recentemente in altra sede, pensano che la letteratura sia qualcosa di diverso dalla vita.


Parte prima

In quale linguaggio am I, suis-je, bin ich, io sono, nel più profondo di me stesso? Qual è la gradazione dell’io? Georg Steiner, Dopo Babele.

La casa sul confine: la gradazione dell’io 

di Paola Del Zoppo

Birdhouses_Final, Nori Nix

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Lingua madre, Mother Tongue, Muttersprache, è la definizione che si dà, solitamente, alla lingua del paese in cui si nasce, intendendo quella che in inglese si definisce First language, nell’idea che sia la lingua trasmessa da chi ci apre alla vita.

Proprio partendo dal senso del materno, la definizione si apre a nuove sfumature, se si sposta il peso della riflessione sulla determinazione culturale del concetto, di recente oggetto di numerosi studi e riflessioni anche in ambito artistico e poetico. La possibile isotopia tematica e poetologica di un “materno” è illuminante. Innanzitutto come riconoscimento di una relazione che è di provenienza prima che di possibile creatività: se si pensa al grembo come spazio protetto, ma anche relazionale, partecipato, condiviso, uno spazio “copoietico” secondo Bracha Ettinger, in cui si interagisce nella creazione (1).

Tra le più interessanti riflessioni sulla connessione tra materno, lingua, poesia e traduzione troviamo quelle delle grandi poetesse della generazione degli esuli d’Europa, tra cui spiccano Hilde Domin e Rose Ausländer. La poesia, il plurilinguismo e la ferita del materno mancante contribuisce alla definizione di realtà e di spazi di movimento al di là delle frontiere che non sono solo fisiche, bensì ancor più di quelle, invalicabili, perché strutturate dal dolore e dal trauma del disradicamento. Così Hilde Domin comincia a scrivere quando avverte il limite della voragine dell’isolamento:

BD069768-6BB7-40C2-8811-2AE817141737Quando, dopo la morte di mia madre, di cui qui non dirò nulla, mi trovai a un limite, ecco che all’improvviso avevo la lingua, che per tanti anni avevo servito. Avevo consapevolezza di cos’era una parola. Mi liberai tramite la lingua. Se non mi fossi liberata, non avrei più vissuto. Scrivevo poesie. Scrivevo in tedesco, naturalmente. E non appena le poesie vedevano la luce le traducevo in spagnolo, per vedere se stavano in piedi come testo. Per creare distanza. Pubblicare, allora, non era neanche in discussione.

La parola che lei sceglie come materna ha la capacità di spezzare l’incantesimo del silenzio imposto, una violenza all’io costretto alla dislocazione linguistica oltre che fisica. Hilde Domin sceglie come lingua poetica, in quel momento, la lingua tedesca, che pure in quegli anni era denigrata e simbolo di trauma, come mezzo di riappropriazione del personale spazio creativo e rappresentativo. Si autotraduce poi subito in spagnolo, che è la sua lingua di adozione, per vedere se ciò che ha scritto funziona. Ha bisogno di entrambe le lingue per una percezione “completa”, o, meglio, ha bisogno di tradursi per entrare in contatto con il proprio testo poetico, ma anche di affermare la forza della scelta di una lingua che ha un portato di dolore e trauma.

Questa caratteristica della poesia moderna, il paradosso che è su tutte le bocche non viene portato in forma artistica in chissà quale luogo, viene innanzitutto e soprattutto vissuto, vissuto nel modo più difficile. C’è qualcuno che viene scacciato e perseguitato, escluso da una società e nella disperazione prende la parola e la rinnova, rende la parola qualcosa di vivo, la parola che è insieme la sua e quella del persecutore. Colui che fugge dall’odio razziale è solo il più infelice, il più respinto dei poeti dell’esilio. E mentre ancora fugge e viene perseguitato, forse persino ucciso, la sua parola si attrezza per la via del ritorno, per ritornare ad abitare nel centro vitale del persecutore, la sua lingua (2)

Lo stesso processo associa altri poeti, molti dei quali donne, in un complesso rapporto con la figura materna: il riconoscimento di una necessità del senso di una protezione e appartenenza “originaria” e insieme la necessità di valorizzazione del proprio, spesso non scelto, multilinguismo. Nella riflessione poetica odierna, il multilinguismo torna finalmente a dare dignità anche alle lingue “minori” – e ai dialetti -, rendendo evidente che se esistono fenomeni da preservare, non sono quelli legati a lingue e culture “nazionali”, ma alle singolarità espressive, le uniche in grado di salvare dal silenzio e generare vera parità nella differenza, e che in questo la “lingua madre” sia essa una lingua “ufficiale” o “minoritaria”.

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L’ho fatto. Ho ucciso la mia lingua madre.
Non avrei dovuto lasciarla
lì tutta sola.
Tutto ciò che volevo era divertirmi un po’
con un altro corpo
ma adesso che scomparsa
il silenzio tremendo.

Era davvero suscettibile
molto probabilmente invidiosa.
In fondo, sono giovane
e lei, la bella,
ormai tutta una grinza
malgrado la chirurgia.

Avrei potuto salvarla?
farla sentire a casa?
Senza i suoi rimproveri.
Mi sento tanto confusa,
non libera, come avrei pensato…
Chiamate il mio legale.
Finché lui non sarà qui tengo tutto per me. (3)

La necessità di “uccidere la lingua madre”, espressa dalla poetessa gallese Gwyneth Lewis esprime la necessità della provocazione: è imperativo ricondurre a un discorso collettivo la responsabilità del rispetto della condizione di multilinguismo della contemporaneità, rendendo questo momento di babelismo una risorsa sociale e creativa insostituibile. Spostamenti, migrazioni e integrazioni tra lingue, sono ora più evidenti e discussi in maniera talvolta più eclatante, benché siano stati sempre presenti e riflessi nella scrittura a diversi livelli, benché siano propri della conditio humanae. In Beyond the Mother Tongue: The Postmonolingual Condition, Yasemin Yildiz mostra ad esempio come in Kafka e Adorno il plurilinguismo e l’uso della parola “straniera” dessero profondità a pensieri e testi. A sua volta Kellmann, nel famoso The Translingual Imagination, dà uno spunto specifico: si focalizza sulla sensibilità di mediatori degli autori translingui, non solo nei propri scritti, in cui attraversano abilmente sistemi linguistici difformi, ma anche in funzione degli scritti altrui, ovvero in quelli che traducono. Un gran numero di translingui è attivo nell’ambito della resa interlinguistica, ma molti sono impegnati anche nell’autotraduzione, e, sostiene Kellmann, i translingui, per il semplice fatto di non essere limitati dalla lingua materna, hanno uno strumentario più ampio per dedicarsi alla traduzione, oltre ad essere per assunto, gli unici in grado di autotradursi, in un atto di reinvenzione personale.

Vivo una doppia vita. Mi hanno cresciuta parlando una lingua che risale a prima dell’invasione romana della Bretagna. Quando sono spaventata impreco in antichi idiomi brittonici. Eppure sono un’abitante delle città, e navigo in internet usando la lingua dei sassoni che respinsero i gallesi fino alle colline ad Ovest della Bretagna nel sesto secolo. Scrivo in entrambe le lingue. È un patto privato piuttosto complicato, ma tiene. Una delle mie tattiche di sopravvivenza, fino ad ora, è quella di mantenere le due mie famiglie linguistiche separate per più tempo possibile. Pubblico un libro in gallese, quello dopo in inglese. Tradurre le mie stesse opere dal gallese all’inglese era di scarso interesse, semplicemente perché pubblico e scopi sono diversi e spesso contrapposti. Inoltre non mi piace ripetermi. La morte della lingua gallese è stata annunciata per molti secoli. Con la devoluzione alcuni politici, ottimisticamente, dichiararono che la battaglia sulla lingua era stata vinta. Non sono d’accordo, ho visto il villaggio dei miei nonni cambiare da ambiente prevalentemente monoglotto gallese in comunità rurale che avrà presto più elementi in comune con il Lake District o le Yorkshire Dales che con il suo stesso passato nei monti della Cambria. Se la lingua muore è importante sapere chi o cosa l’ha uccisa (4).

Questo ha, ancora una volta, numerose implicazioni nelle questioni del micro-, meso- e nel macrotesto socioculturale: negare la fissità dei significati e dei simboli vuol dire anche poterli storicizzare, tradurre, riscrivere (5). Non a caso questa è una concezione del linguaggio che si sviluppa a partire dall’ermeneutica e anche dalla pratica della traduzione che elimina nel lettore la certezza rispetto all’idea naiv che le parole abbiano un significato prefissato. Segue


  1. E’ uno spazio che Ettinger definisce non “materno”, ma “matrixial”: una sfera di pluralità diversa dal genere e diversa dal sesso di nascita. Resta quindi uno spazio aperto a tutti coloro che riescono ad arrendersi alla continua variazione copoietica.
  2. Colui che fugge dall’odio razziale è solo il più infelice, il più respinto dei poeti dell’esilio. E mentre ancora fugge e viene perseguitato, forse persino ucciso, la sua parola si attrezza per la via del ritorno, per ritornare ad abitare nel centro vitale del persecutore, la sua lingua.” è di Hilde Domin, tratta dalla “Lettera a Nelly Sachs” (H. Domin, Lettera aperta a Nelly Sachs, in H. D., Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore 2013)
  3. Lewis, La confessione della poetessa, in L’assassino della lingua, Del Vecchio Editore, Roma 2009, p. 19.
  4. G. Lewis, Prefazione, in L’assassino della lingua, Roma, Del Vecchio Editore 2007, p. 4.
  5.  Cfr, H. Bhabha, I luoghi della cultura, Meltemi Editore, Roma 2001.

Paola Del Zoppo

PhD in Comparative Literature and Literary TranslationAdjunct Lecturer in German Translation Studies Tuscia University www.unitusdistu.net

Researcher for German Translation Studies
Lecturer for German Translation Studiesand 

German Cultural History

Università di Roma LUMSA

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