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2. Il supereroe di classe

Marta Paniccia e Chiara Annecchini

Marta Paniccia e Chiara Annecchini psicologhe del Centro Libellula di Morlupo

Abbiamo usato l’oggetto-simbolo del supereroe. Si tratta di un tema universale e transgenerazionale che nasce con lo sviluppo della questione identitaria negli anni della preadolescenza: chi sono, chi voglio essere, cosa voglio diventare, quali sono le mie risorse e i miei limiti? Chi mi conosce veramente? Come posso collaborare con le risorse e i limiti dell’altro? Ce la farò a superare i dolori e le difficoltà che vivo? Infine in questa parte dell’articolo Marta Paniccia riporta molte risposte alla domanda posta in forma anonima durante i laboratori: cosa vorresti che gli altri conoscessero di te? Le risposte ottenute da studenti e studentesse ci parlano davvero di noi e di loro con un’onestà, un coraggio e una fiducia che ha molto da insegnare a noi adulti.

Il supereroe di classe

di Marta Paniccia

Testo precedente: 1. Il contesto

Stan Lee, il “papà” di Spiderman

Stan Lee, il “papà” di Spiderman

Abbiamo usato l’oggetto-simbolo del supereroe perché abbiamo imparato la lezione di Stan Lee, il “papà” di Spiderman: tutti gli esseri umani hanno le potenzialità per diventare degli eroi. Come affermano i vincitori dell’Oscar 2019 per il miglior film di animazione, le persone oggi hanno davanti la sfida di “credere in se stessi e nel prossimo e di avere fiducia di poter fare la differenza”. Si tratta di un tema universale e transgenerazionale, ma è un tema che nasce con lo sviluppo del tema identitario negli anni della preadolescenza: chi sono, chi voglio essere, cosa voglio diventare, quali sono le mie risorse e i miei limiti? Chi mi conosce veramente? Come posso collaborare con le risorse e i limiti dell’altro? Ce la farò a superare i dolori e le difficoltà che vivo? A cosa serve la mia vita?
Nel frattempo, il supereroe di classe prendeva forma. Come sarebbe stato? Maschio o femmina? Il tema dell’identità di genere del personaggio è stato occasione per riflettere su alcuni stereotipi. La gentilezza o la dolcezza sono debolezze o risorse? Maschili o femminili? Essere testardo o aggressivo è un aspetto maschile o femminile? Il coraggio, la generosità,
l’altruismo, l’intelligenza, la simpatia hanno un genere sessuale? Spesso le classi hanno finito per attribuire al personaggio il genere maggiormente rappresentato in classe. Come ha detto un ragazzo “va bene anche che sia una supereroina, tanto è uguale. L’importante è che sia super e aiuti gli altri”. Tre classi hanno optato per un supereroe/ eroina che “ha il potere di trasformarsi a seconda delle situazioni”. In alcune classi i ragazzi non hanno voluto definirsi (“non è importante”) oppure non hanno trovato un accordo.
Parlando di supereroi, costruendo poteri e limiti del nostro super di classe, stavamo giocando con la fantasia, ridendo, sovrapponendoci per dare un’interpretazione o condividere un’idea, ma anche ascoltando con attenzione le voci più flebili. Stavamo parlando di cose complicate come il lutto e le malattie, i disastri naturali e gli incidenti, sentirsi disperati, sentirsi isolati e diversi da tutti, sfidare le paure o rispettarle, cose difficili come la violenza, il suicidio, il sentirsi tutti contro.
Domanda: “a che può servire essere gentile per un supereroe? In che modo la gentilezza e la dolcezza possono essere un super potere?”
Risposta: “be’… se ci sta uno che si sta suicidando, arriva e gli parla con dolcezza e lo convince a non farlo”.
Rileggere questa frase senza il frastuono delle risate che l’hanno accompagnata fa emergere ancora di più quanta sensibilità a questo tema sia necessaria oggi. È un tema che abbiamo incontrato esplicitamente in due classi. Il suicidio è la seconda causa di morte per i giovani tra i 15 e i 25 anni, dopo gli incidenti stradali. I tentativi di suicidio hanno il loro esordio già dai 10 anni. Che cosa fa ammalare nei giovani la fiducia che ci sia nel mondo un posto per loro? Che cosa sta facendo sentire nelle nuove generazioni che il dolore è così terrificante, infinito e impossibile da riparare?
Essere protettivi, per esempio, è una risorsa o un limite? Certamente un supereroe protegge, ma ci deve essere una misura anche nella necessità di proteggere chi si ama. Come è stato detto in classe da una ragazza “bisogna imparare a proteggersi anche da soli, diventare capaci di capire i pericoli… non si può sempre sperare di essere salvati da qualcuno”. È stato utile un lavoro di disambiguazione sulla violenza associata all’essere iperprotettivi: come può la violenza fisica essere protettiva? Non può esistere amore nella violenza, perché confonde il senso del bene e del male e rende ancora più difficile distinguere ciò che è amore da ciò che non lo è.
Più e più volte, nelle classi è emerso il potere dell’ascolto. Come ha detto bene un ragazzo, l’ascolto è sia interno (ascolto di sé) che esterno (ascolto dell’altro): “è importante essere ascoltati ma anche ascoltare le proprie paure o tristezze… perché se le tieni dentro di te poi dopo possono diventare dei macigni”.

genitori supereroi

genitori supereroi

In alcune classi ci siamo chiesti quali fossero gli eroi della vita di tutti i giorni. Per la maggior parte di loro, sono i genitori o comunque i famigliari “perché ci proteggono”, “ci aiutano sempre”, “sono come una squadra… ognuno in un momento diverso mi ha aiutato”. Per chi è genitore questa è certo una dichiarazione commovente, parla di come i figli ci guardino sotto alla maschera dei loro “malumori”, parlano di una relazione intima. Però, dovremmo chiederci se con questa protezione, non stiamo riducendo nei figli la capacità di sviluppare le proprie risorse, di mettersi alla prova, di sentirsi capaci di farcela. Insomma, se siamo super-eroi, dovremmo intervenire dove c’è un super- pericolo, un super-nemico, per riuscire ad essere come un’ombra protettiva e non una presenza “super protettiva” che si sostituisce a loro. I supereroi e le supereroine hanno spesso perso i genitori, hanno lasciato il loro pianeta di origine, non sono più quelli di prima dopo eventi complicati: è un modo in cui i fumetti parlano del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, del sentire ancora un desiderio di presenza e una nostalgia per i genitori, ma anche del sentirsi chiamati a compiere la propria vita, il proprio destino.
Infine, i nove supereroi di classe hanno preso forma e spiccato il volo, diventando parte di una mostra e di un evento dedicati al fumetto, organizzato dall’Ass. Culturale Libellula e dall’Ass. Culturale Laputa, il 2 marzo 2019 presso il Palazzetto Borghese a Morlupo, dal titolo “Nuovi Supereroi”. Nelle due ore per classe dedicate ai laboratori di quest’anno abbiamo colto tra l’altro la necessità di esperienze che facciano emergere risorse presenti in tutti le parti del sistema (professori e alunni), risorse che stanno sotto il mantello dei “ruoli” e delle “funzioni” ma che arricchiscono i ruoli di autenticità. Ognuno di noi porta dentro lati che non riesce ad esprimere o che non è pronto a condividere perché teme di non essere capito. Magari sono solo parti più “delicate” che hanno bisogno di uno spazio relazionale gentile per fiorire. Magari sono “ombre” che danno profondità a ciò che sta in superficie. Dopo aver scoperto che un limite può essere una risorsa, dopo aver costruito personaggi super fatti proprio con le caratteristiche di ognuno, ora si poteva volgere lo sguardo a sé e rispondere per iscritto e in forma anonima alla domanda “cosa di te vorresti che gli altri conoscessero?”. La scrittura ha un super potere, in effetti: mette in comunicazione il mondo interno con l’esterno, la fantasia con la realtà e la concretezza, il tempo interno e quello del racconto, scrivere è anche una cura. Lo dice meglio una ragazza: “vorrei che conoscessero la mia passione nello scrivere. Quando non so esprimermi a parole, scrivo: scrivo di mondi immaginari, di gente completamente diversa da me, ma che mi rende più serena. Queste storie sono la cosa più preziosa che ho, non le ho mai fatte vedere a nessuno, forse per paura che si mettano a ridere di me e che strappino quei fogli. Perché se strappassero quei fogli, distruggerebbero anche uno dei miei più grandi sogni.”
Abbiamo raccolto, letto e analizzato oltre cento testi. Molti ragazzi e ragazze hanno parlato delle loro passioni: la musica, la lettura, la danza, gli sport, l’elettronica, il disegno, il costruire, i fumetti. Ne trascriviamo qui alcuni per ricordarci che spesso vediamo solo una parte delle competenze o delle inadeguatezze dei ragazzi e che mai dovremmo usare un linguaggio totalizzante (“sei un incapace”, “non capisci niente”), perché molto semplicemente potrebbe trattarsi di un error 404, di un contesto che non permette l’espressione delle risorse globali di un ragazzo: “Mi esprimo attraverso la mia passione che è la forza per dimostrare agli altri che sono una fiamma accesa”; “non penso di avere grandi doti, forse non ne ho nemmeno una ma una delle cose che mi piace fare è muovermi a ritmo di musica. Non ho il desiderio particolare di danzare davanti a qualcuno perché non amo stare a centro dell’attenzione però ballare con qualcuno è un’altra cosa”; “quando senti e crei musica è completamente un altro mondo”; “ho una passione pazza per l’elettronica e l’informatica e passo giornate intere sullo studio di queste passioni.”
A volte ci si dimentica che le passioni non sono importanti per i risultati in sé, non sono l’eterna ricerca dell’eccellenza senza la quale oggi sembra che non si abbia più diritto di esistere. Sono soprattutto ambiti di esperienza di sé, in cui esprimersi, imparare, scoprirsi/capirsi, cambiare idea… conoscersi non è mai “perdere tempo: “nessuno sa che in realtà a me non piace il calcio”; “quando ero piccola volevo imparare a suonare la chitarra o il pianoforte, ma avevo paura di non riuscire a leggere gli spartiti. I miei hanno sempre appoggiato ogni mia scelta ma non glielo avevo mai detto per paura che una volta iniziato non mi lasciassero più smettere. Me lo sono portato dentro per anni e ora non mi interessa più. Forse per noia o perché mi ero scoraggiata”; “io amo cantare. Mi libera da tutti i pensieri e rimangono quelli belli”; “mi piace ballare e disegnare, esprimendo quello che sento dentro senza paura di esprimermi e sfogarmi. Senza l’ansia che mi divora e senza pregiudizi da parte degli altri”; “vorrei che gli altri conoscessero le mie capacità e che non avessero pregiudizi perché sono piccolo e magro perché in realtà ho molta forza e molte capacità sportive.”
Come dice bene un ragazzo, poi, le passioni possono essere un rifugio per proteggersi o un ponte per entrare in contatto e uscire dall’isolamento: “se ti trattano male almeno hai le passioni… ma vorrei dirgli di appassionarsi come me…”; “sono molto emotivo e permaloso ma sono un appassionato di anime e manga ma quando cerco di parlarne nessuno ne sa mai niente”; “alcune volte mi sento un po’ solo e vorrei che i compagni giocassero un po’ con me.”

importanza del gruppo

importanza del gruppo

Il tema dell’isolamento, della derisione, della non accettazione è tra quelli più rappresentati. Il gruppo, scrivevamo prima, può essere un luogo di cura, ma può anche trasformarsi in un ambiente ostile in cui la rabbia e la distruttività non trovano argine e le ferite esterne diventano ferite interne: “io non me la prendo con la gente però non capisco perché alcune persone mi odiano e mi prendono in giro”; “io non mostro la mia generosità perché mi trattano quasi tutti male tranne alcuni”; “ho sempre paura di sbagliare e allontanare le persone”; “quando le cose vanno male me la prendo con me stessa”; “alcune mie emozioni nascondono chi sono veramente, l’essere permaloso, infantile, emotivo negativamente (nel senso che piango quando mi prendono in giro)… gli altri non riescono a vedere la mia persona. Mi basta che conoscano il vero me, non quel bimbo piagnone che vedono”; “mi reputano timida, ma non vuol dire che sono insicura. Solo che certa gente non ti dà lo spazio per esprimerti”; “vorrei che conoscessero il mio essere fragile, ma forse è meglio di no perché mi giudicherebbero, così, per forza, devo tenere su la maschera”; “dicono che non so fare niente, che non sono affidabile, che perdo tutto, che sono stupido ecc… io le cose le so fare, sono gli altri che mi mettono ansia e non riesco a fare niente”; “dicono che sono asociale… ammetto che certe volte non rido e non scherzo insieme a loro però se una cosa non mi fa ridere è inutile che io rida”; “tutti pensano sempre che tutti abbiano quella forza di lasciare andare tutti i pregiudizi. È difficile buttare via tutto come niente fosse. Perciò vorrei che le persone conoscessero la mia sensibilità per capire che non tutto è così scontato, che una persona potrebbe rimanere male di alcuni commenti. Vorrei che lo sapessero tutti.
Quando abbiamo letto le risposte a “cosa di vorresti che gli altri conoscessero?”, ci siamo rese conto che a volte solo nei comportamenti esterni possiamo distinguere “bulli” e “bullizzati”. Chi si comporta da prepotente, chi tende a sopraffare, quanto è stato sopraffatto nella sua vita? I suoi sentimenti di fragilità e paura sono stati accolti e sostenuti? La sua rabbia è stata riconosciuta o solo repressa? La sua empatia è stata sminuita, limitata e ora reagisce alle emozioni altrui attaccandole?
[vorrei conoscessero] la rabbia che ho contro le persone (gli adulti)”; “la mia cattiveria” “ho il cuore nero”; “io non sono scontroso… è la rabbia”; “vorrei che la gente sapesse che sono vendicativo e con volere di giustizia”; “non mi piacciono le ingiustizie, non mi piace che ci chiamino per cognome, non mi piace che alcune prof siano femministe”; “sono sempre disposto ad aiutare ma tanti hanno paura di me e non sanno che non sono per niente cattivo, tanti pensano che sono ritardato a volte perché posso fare o dire delle cose strane, ma in realtà sotto i miei atteggiamenti stupidi si nasconde un cervellone, che purtroppo non funziona per le cose scolastiche (detesto proprio) e non sono bravo a fare le cose che detesto e mi fanno schifo”; “molte volte sono aggressiva ma non sono sempre così”; “vorrei che gli altri non si fermassero al mio essere manesca… è uno scudo che uso per non mostrare le mie emozioni”; “sono molto molto molto molto molto molto molto permalosa e quando mi arrabbio divento tanto agitata e euforica ma soprattutto divento una furia omicida. All’incontrario quando sono triste divento seria per due o tre settimane o piango tutta la notte o più.
Prendersi cura dei gruppi classe può quindi significare creare un ambiente che possa offrire uno spazio per esprimersi, elaborando le tensioni che possono ostacolare l’apprendimento ma anche l’espressione del potenziale globale dell’alunno, in un momento del ciclo vitale in cui l’adolescente sta trovando il suo confine tra sé e gli altri, sta sviluppando la sua personalità tra ambivalenze e conflitti.

Birdhouses_Final, Nori Nix

Birdhouses_Final, Nori Nix

In queste ambivalenze c’è la poesia, la creazione dell’Io: “io vorrei che gli altri conoscessero quello che ho dentro. Il mio “io” interiore che nessuno conosce. Quella parte di me dove tutto è possibile, anche volare, anche portare le persone indietro. Le persone mi vedono fuori, cominciano a giudicare senza neanche conoscerti. Pensano che sei noioso ma in realtà sei solo timido, vuoi far vedere a tutti chi sei ma non ci riesci”; “vorrei che gli altri conoscessero la mia fragilità che esteriormente non mostro ma che dentro di me preservo, vorrei che anche gli altri la potessero vedere”; “[vorrei che gli altri conoscessero] la mia parte interiore… che alcune volte non risale”; “sono anche serio anche se non si vede quando sono in mezzo agli altri… ma non sono il solo, sono in molti a farlo perché essendo con gli amici, gli amici ti fanno diventare in quel momento scemo”; “vorrei che le persone conoscessero la me che non vedono tutti i giorni, ma la persona che non hanno mai visto prima d’ora. Ovvero la me che si sa divertire e che parla di sé e non la ragazza che vedono a scuola che non pensa a nient’altro oltre al suo lavoro che dura quelle 6 ore. Perché dopo non sanno quello che faccio. Non ho mai visto nessuno che mi conosce come sono. E spero che dopo ora possano conoscermi meglio. Nessuno sa la mia storia IO voglio una cosa: poter parlare.”

terza e ultima parte a breve: 3. Come aiutarli?

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