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1. Il contesto dei laboratori scolastici Zer0Magazine 2019

Dottoressa Marta Paniccia, psicologa e psicoterapeuta

Dottoressa Marta Paniccia, psicologa e psicoterapeuta

Pubblichiamo la prima delle tre parti della relazione della dottoressa Marta Paniccia sui laboratori Zer0Magazine di quest’anno condotti  con la dottoressa Chiara Annecchini, presso l’Istituto Falcone e Borsellino di Morlupo. A seguire la seconda e terza parte e il primo documento digitale prodotto dal cantiere editoriale LibelluLab al fine di favorire la diffusione dei contenuti della nostra ricerca culturale e sociale. Al di là della nostra esperienza nello specifico, Marta Paniccia, nella descrizione e trascrizione fedelissima di tutte le voci e le scritture che si sono intrecciate nei laboratori Zer0Magazine presso l’IC Falcone e Borsellino di Morlupo, ci offre uno spaccato inestimabile di tutta la ricchezza umana e le potenzialità di cui sono portatori i più giovani  di ogni Paese e luogo.


Il contesto. Prima parte

Segue

Il Supereroe di classe. Seconda parte

Come aiutarli? Terza parte

Error 404

404errorIl titolo di questo articolo doveva essere un altro. Poi un ragazzo appassionato di elettronica mi ha dato l’idea: che cosa rende così difficile e sfidante mettere insieme le risorse di tutti? È quello che potremmo chiamare l’Error 404: si tratta di un codice di stato del protocollo http. Con questo, viene indicato che il client è in grado di comunicare con il server ma che il server non ha trovato ciò che è stato richiesto, o il server è stato configurato in modo tale da non completare la richiesta.


Quando si entra in una classe con quello che è stato il nostro approccio [1], si è consapevoli a monte che le persone che incontreremo sono i massimi esperti di ciò che avrà luogo nel contesto del laboratorio. Bisogna “soltanto” trovare il modo di configurare il server perché possa rispondere all’esigenza di comunicazione di cui ragazze e ragazzi sono portatori. Quando si entra a contatto con la fascia di età che ha riguardato i laboratori di quest’anno (11-14 anni) e quindi con preadolescenti e adolescenti, se si vuole promuovere un dialogo autentico, in così poco tempo (due ore per classe), è necessario lasciare nel proprio studio professionale gli abiti del ruolo, ed entrare in classe come persone. Spostando i banchi e mettendoci seduti su di essi abbiamo inteso marcare un cambio di contesto: era la stessa classe, ma lo era in un modo diverso. Parlava solo chi voleva parlare ma si ascoltavano anche le voci più flebili o timide. In questo modo, nell’entusiasmo e, a volte, nella confusione di voci, abbiamo provato a dare  spazio anche al silenzio. Con l’aiuto della tecnologia (e di un sito per le traduzioni istantanee) abbiamo cercato la   traduzione alle nostre domande in lingue d’origine differenti dall’italiano:  quando una persona cerca nel proprio mondo interno le parole per esprimersi autenticamente, spesso queste sono pronunciate attraverso la propria lingua madre. Ma qual è stato nello specifico il tema dei laboratori?

Più che un tema abbiamo proposto una modalità per esplorare dei temi e fare esperienza. Un modo di stare insieme che permettesse di “sentire” che nessuno in quel momento di fatto fosse escluso, anche al di là della consapevolezza che nessuno debba esserlo mai. La mia collega ed io ci siamo poste l’obiettivo di dare cittadinanza a ciò che è unico, differente in ogni gruppo e in ogni persona. In questo senso abbiamo dialogato tra noi e con loro evidenziando come ogni limite e ogni risorsa possa trasformarsi in potere: potere di consapevolezza, di risoluzione dei conflitti, di stare nell’incertezza senza bloccarsi, potere di espressione, potere di mettere confini e rispettare i propri e quelli dell’altro, potere di fidarsi di sé e dell’altro, potere di ascoltarsi e ascoltare. Abbiamo quindi cercato di promuovere uno spazio relazionale di tipo “terapeutico” non nel senso che abbiamo organizzato in classe un gruppo di terapia ma nel senso che il gruppo costituisce in sé una proposta di cura là dove si crea un incontro autentico. A questo fine abbiamo approcciato il dialogo in classe parlando l’una delle caratteristiche dell’altra, evidenziando una risorsa e un limite reciproco, conosciuti in tanti anni di amicizia e collaborazione professionale. Volevamo da subito entrare nell’idea che le competenze dell’altro non sono solo “dati di successo”, sono anche modalità in cui ci si può realizzare per quello che si è, modalità con cui si finisce, anche a volte inconsapevolmente, ad essere di aiuto all’altro. Allo stesso tempo una risorsa, una caratteristica positiva, un pregio, possono diventare ostacoli se non regolate: è importante trovare una misura con se stessi e con l’altro. Come ha detto una ragazza “essere pieni di energia è una cosa positiva che ti fa fare tante cose ma a volte si finisce per essere sempre impegnati e non disponibili per gli amici…e pure stanchi”.

Esplorare le aree grigie, le ambiguità e le ambivalenze di ciò che è “positivo”, più efficace, è un esercizio fondamentale per uscire dal conformismo per cui è sempre una risorsa ciò che è più “popolare” e “funzionale” alla nostra società. I ragazzi vivono un’epoca in cui hanno un livello di esposizione della propria immagine che somiglia a quello di piccole “star”, in cui l’autostima è sostituita dal suo opposto: sto bene se piaccio agli altri. Questo fa sì che restino confinate in un “lato oscuro” quelle risorse personali che non hanno immediato riscontro in termini di compiacenza. Trovare il limite alla risorsa per non esaurirla nella compiacenza può quindi essere la funzione del rapporto con l’altro. Una ragazza lo ha ben espresso evidenziando come gli amici possano essere d’aiuto nel trovare questo limite-misura “vorrei che gli altri conoscessero i miei limiti perché a volte mi spingo oltre per non dire che ho paura”[2]; “grazie alla scuola media e ai compagni ho capito come fare; mi sono fatta tanti amici e sono cambiata anche dentro grazie ai miei amici che mi sostengono in tutto quello che faccio. Inoltre grazie a loro riesco ad affrontare tranquillamente le mie scelte difficili.”

Parlare dei nostri limiti di adulte, difetti, lati negativi davanti ad una classe aveva per noi l’obiettivo di mostrare come si possa evidenziare una difficoltà in modo sincero, senza mortificare, denigrare, prendere in giro. Più e più volte emerge con disarmante semplicità il bisogno di aprirsi senza essere esposti al dileggio, all’attacco e alla derisione “io vorrei che gli altri conoscessero di me alcune mie fragilità che magari a volte nascondo per paura del giudizio degli altri”. Inoltre, i limiti del proprio carattere o della propria personalità possono essere messi in modo dinamico in relazione con una risorsa: “se uno è troppo insicuro si blocca però se uno è troppo sicuro poi può continuare a sbagliare senza accorgersene”, “essere insicuro ti aiuta a chiedere aiuto nel momento del bisogno”.

Abbiamo quindi chiesto ai ragazzi e alle ragazze, disposti in semicerchio, di scrivere su due biglietti distinti un limite e una risorsa del compagno alla propria sinistra e li abbiamo raccolti in due sacchetti. Poi, abbiamo tirato fuori un grande foglio, l’abbiamo steso per terra e lì abbiamo dato vita ad un personaggio fantastico, che racchiudeva in sé risorse e limiti della classe. Gli abbiamo dato una forma, creando una sagoma: un volontario si sdraiava sul foglio e poteva scegliere da chi farsi disegnare intorno la sagoma. Questo momento, apparentemente insignificante, costituiva per noi un’occasione per mettere al bando prepotenze, vessazioni e derisioni e proporre uno strumento: il rispetto della proposta (“mi offro io”) al posto della pressione di gruppo (“lo fa lui, lo fa lei”), la proposta di fiducia (“scelgo lui/lei per farmi fare la sagoma”), la soluzione condivisa (“per disegnarmi fai così/mettiti così/facciamo insieme”)[3]. Abbiamo quindi cominciato a tirare fuori i bigliettini per entrare nel vivo della creazione di un personaggio. Non abbiamo usato il piano ideale, ma quello della realtà: con quello che questo gruppo classe ha a disposizione in termini di risorse e limiti, quali saranno le caratteristiche di un supereroe/supereoina di classe?


[1] I laboratori di quest’anno per Zer0Magazine si sono svolti nelle classi della scuola secondaria di primo grado e sono stati ideati e condotti da due professionalità specialistiche: la mia è quella di psicoterapeuta sistemica (mi occupo di famiglie e del dialogo tra figli e genitori) e quella della collega Chiara Annecchini, psicoterapeuta specializzata nella gruppoanalisi e con una decennale esperienza nel lavoro sociale
[2] In tutto l’articolo i testi prodotti dai ragazzi, così come le loro affermazioni spontanee sono riportate in corsivo e tra virgolette.
[3] È stato interessante notare come per una casualità spesso sono diventati protagonisti della sagoma quelli di minore statura (il foglio aveva un’altezza di 150cm), sperimentando in questo modo che “ciò che è piccolo a volte è molto prezioso” (come nell’adagio della fiaba giapponese tradizionale, Issunboshi, il cui eroe è un ragazzo “alto un pollice”).

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