Vestire di parole le cose nude

Prosegue la rubrica del nostro Fondo Librario sul romanzo scritto da donne. Oggi si parla de “L’ibisco viola” di  Chiamamanda Ngozi Adichie. Buona lettura! 

di Vittoria Gravina 

Con quest’ultimo intervento si chiude una rubrica ma spero si apra un percorso per tutti voi che, leggendo queste storie, avete camminato per un tratto di strada con queste coraggiose protagoniste. Spero che, d’ora in poi, un po’ grazie a me e un po’ grazie al progetto sposato dal Centro Libellula, cercherete nei prossimi libri dei segni che possano illuminare un po’ di più la vostra strada.

Vittoria Gravina
Vittoria Gravina

Per il quinto e ultimo intervento sulle scritture femminili ho pensato a un romanzo che potesse farci rendere conto dei condizionamenti che ci sono e che spesso nemmeno avvertiamo, come accade a  Kambili la protagonista de L’ibisco viola di Chiamamanda Ngozi Adichie, edito da Einaudi nel 2016.

Kambili è una ragazzina di quindici anni. Vive in Nigeria, a Enugu, assieme ai genitori e al fratello Jaja. Guarda il padre Eugene con adorazione come fa tutta la comunità che lo elogia per il suo altruismo e per la sua grande generosità. All’interno delle mura domestiche però, il padre si trasforma in un fanatico religioso che cresce i propri figli nella paura infliggendo loro pesanti punizioni.

È così che conosciamo la violenza con cui questa famiglia deve fare i conti. A cominciare dalla madre e dai segni violacei che porta sul viso, al sangue che dopo i litigi lascia sulle scale e al modo in cui, dopo ogni violenza, apre la vetrina per pulire delle piccole statuine danzanti. Agli orari che scandiscono le giornate di Kambili e Jaja che il padre consegna loro perché dedichino il giusto tempo alla preghiera, allo studio e alla famiglia. Fino a quelle crudeli punizioni, con la cintura di pelle che fende l’aria o il bastone sul pavimento del bagno. Punizioni che il padre infligge loro con le lacrime agli occhi, convinto di adempiere ai suoi doveri di buon cristiano, e che per Kambili sono come il tè bollente che le offre il pomeriggio dicendole: “Prendi un sorso d’amore”. Ogni volta le brucia la lingua ma lei pensa a quanto sia intenso l’amore che il papà prova per lei.

È durante il “tempo per la famiglia” che un colpo di stato sovverte la loro routine e convince il padre a mandare Kambili e Jaja dalla zia.

Della zia Kambili sente subito la risata, un suono che all’inizio non riconosce. Quando la vede con il rossetto rosso, i tacchi e il modo in cui le parole le escono con tanta facilità dalla bocca, Kambili pensa a un’intrepida guerriera. Anche i cugini, che quasi non conosce, sembrano diversi da lei, più grandi, più maturi; forse per quel modo che hanno di guardare dritto negli occhi, di prendere parola e condurre una discussione e per il modo in cui la zia li guarda, come un allenatore che ha fatto un buon lavoro con la propria squadra di calcio e li osserva orgoglioso dai margini del campo.

Quando Kambili e Jaja si trasferiscono dalla zia la loro vita cambia. La casa di zia Ifeoma è piccola, povera e sono costretti a dormire tutti insieme nei pochi spazi disponibili; ma scoprono l’amore, l’indipendenza e la libertà.

Con l’arrivo in casa del nonno malato, la situazione peggiora.

Kambili e Jaja non hanno il permesso di parlare con il nonno perché è un pagano e Kambili ha paura che il padre possa scoprire che dividono la casa con lui. Per questo cerca di chiudere gli occhi quando vede il fratello fare dei gesti nei confronti del nonno o cerca di non sentire quando gli rivolge delle domande, così durante la confessione non dovrà mentire.

Mentre il fratello sembra non avere le stesse paure di Kambili, lei cerca nel nonno i segni dell’empietà, quelli per cui dovrebbe essere condannato. Non li trova ma è convinta che ci debbano essere, l’ha detto suo padre. Così, una notte, la zia sveglia Kambili e le mostra il nonno che prega in veranda. È agile, nonostante l’età, e alla fine della preghiera ha il sorriso sulle labbra. Lo stesso sorriso che dopo il rosario hanno i cugini. Kambili allora ripensa a casa, alla tavola dove si sedevano per pregare; tavola attorno alla quale nessuno sorrideva.

È in quel momento che Kambili capisce cos’è che la zia fa con i cugini: li spinge a saltare sempre più in alto con il suo modo di parlare, con le aspettative che ha su di loro. Lo fa convinta che supereranno l’asticella e loro la superano. Per lei e il fratello è diverso. Loro non saltano perché credono di esserne capaci, saltano perché sono terrorizzati dall’idea di non farcela.

Perché quindi scegliere un personaggio come Kambili? Un personaggio che non riesce a liberarsi fino in fondo dei condizionamenti del padre?

Perché a volte, nella realtà, è così che accade.

In lei vedo coraggio. Il coraggio di chi ha dovuto affrontare una battaglia non sapendo di essere in guerra e lo vedo in quei piccoli gesti, in quella libertà ventilata che non riesce mai a realizzarsi pienamente, come quel rossetto messo e poi tolto e in tutte quelle cose che pensa ma non dice.

Forse, come Kambili, anche noi col tempo «parleremo di più o forse non saremo mai capaci di dire tutto, di vestire le cose di parole, cose che per tanto tempo sono state nude», ma sapremo di aver lottato per noi, per il nostro risveglio e prima o poi quell’ibisco viola, simbolo della libertà di essere e di fare, racconterà anche la nostra storia.

 

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Chiamamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria. Con Einaudi ha pubblicato i romanzi Metà di un sole giallo e Americanah, entrambi vincitori di numerosi premi internazionali. Ha pubblicato anche alcuni importanti saggi femministi come Dovremmo essere tutti femministi e Cara Ijeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista. Nel 2014 la rivista «Time Magazine» l’ha inclusa nell’elenco delle cento persone più influenti al mondo.

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