I.C. Falcone e Borsellino e i ragazzi dell’anno 2017/18

Nessuna di noi avrebbe immaginato che dalle ipotesi di lavoro tracciate nei mesi che hanno preceduto i laboratori a scuola ne sarebbe poi seguito tutto l’entusiasmo e il bisogno di raccontarsi di cui Zer0Magazine 2018 è un espressione solo parziale. Nel rileggere i testi prodotti istantaneamente dai ragazzi nel giro di meno di un’ora, sulla basi di indicazioni nostre che spesso abbiamo avuto solo il tempo di abbozzare, troviamo non solo una forza assertiva e equilibrata che la scrittura consente di modulare nel migliore dei modi ma un valore testimoniale raro dato in parte dall’occasione di dirsi ma soprattutto dal desiderio di lasciare significativa traccia di loro come cittadini in un contesto sociale  importantissimo come quello della scuola primaria e secondaria di primo grado, negli anni in cui la hanno effettivamente frequentata. Nell’articolo che segue Marta Paniccia — e nei prossimi che pubblicheremo, Ilaria Troncacci e Viviana Scarinci — tracceranno il percorso che abbiamo seguito insieme a loro, sottolineando tutto quanto ci è parso fondamentale che emergesse. Buona Lettura!… Noi è difficile che dimenticheremo i ragazzi che hanno frequentato dell’IC Falcone e Borsellino nell’anno scolastico 2017/18. E voi?    

 

di Marta Paniccia 


Ci salviamo un po’ tutti in effetti: quando torna l’altro e non lo abbiamo perso. Il ritorno dell’altro ci salva nei conflitti quotidiani, nelle distanze affettive e concrete, nella paura di non trovarsi più o non volersi più bene. Ci salviamo un po’ tutti quando siamo noi l’altro che conosce la strada per andare e quella per tornare. Ci salviamo un po’ tutti quando un bambino, con la gioia dei suoi affetti, si sente meno solo, meno spaventato, meno arrabbiato. Un’espressione così potente nasce nel modo in cui questo bambino ha messo insieme, dentro di sé, tutte le identità linguistiche e territoriali della sua famiglia, in un’unica appartenenza.

IMG_20180628_155009

Quello che segue è racconto dei Laboratori di Redazione Istantanea tenuti durante l’anno scolatico 2017/18 presso l’Istituto Falcone e Borsellino di Morlupo. In questa occasione L’Associazione Culturale Libellula ha lavorato insieme a studentesse e studenti, in dialogo sul dare spazio alla competenza di ognuno. La visione che ci ha guidato è stata quella di considerare bambini e ragazzi soggetti competenti rispetto alla loro comunità e alla loro rete di relazione. Abbiamo chiesto loro di interrogarsi e interrogare la rete di appartenenza (scuola e Comune): tutti i testi evidenziati sono trascrizioni originali degli elaborati prodotti nelle due ore che abbiamo trascorso in classe. La riservatezza sui nomi evidenzia il potenziale universale delle esperienze individuali, quando messe in connessione con il mondo.


La caratteristica principale del progetto Zer0Magazine risiede nel suo essere un giornale di un territorio e di una comunità, Morlupo, in cui bambini e ragazzi scrivono insieme agli adulti. Zer0Magazine, infatti, non è un giornalino scolastico né un giornale locale scritto da adulti. È una rivista che rispecchia nella sua composizione la realtà del sistema sociale in cui le generazioni vivono insieme, con identità separate ma non disgiunte: una rete in cui siamo tutti connessi. Con una parte delle psicologhe che lavorano presso l’Associazione Culturale Libellula (dott.sse Sara Agostini, e Emanuela Salati) coordinate da Viviana Scarinci, abbiamo preparato i laboratori pensando bambini e ragazzi al centro di questa esperienza: uno spazio informativo e esperienziale offerto attraverso il materiale di stampa portato in classe da vedere, toccare. Ma anche attraverso il dialogo su cosa sia un giornale, che genere di giornali e riviste esistono, quali sono quelle con cui gli studenti avessero più dimestichezza. Dal punto di vista espressivo abbiamo affrontato il tema della scrittura attraverso canali analogici come il disegno e le vignette. Ma l’obiettivo “grande” che ci siamo date in uno spazio “piccolo” come le due ore di laboratorio per classe, è stato soprattutto quello di fare esperienza di una comunità che sa dialogare e ascoltare, rispettandosi.

Ci sono molti modi di fare prevenzione intorno al tema del bullismo, ma tutti passano per la possibilità di esprimersi alla pari, al di fuori dei ruoli. Siamo entrate in classe con l’idea che ascoltare tutti, guardare negli occhi tutti, ci avrebbe fatto imparare molto. I “piccoli” oggi sono molto considerati: i genitori pensano a cosa faccia loro bene o male, quali siano le attività migliori, come poter “potenziare” il loro sviluppo. Questa considerazione contempla anche possibilità materiali a volte nettamente superiori a quelle dei genitori quando avevano la loro età, ma questa ricchezza di considerazione non sempre è accompagnata da un ascolto emotivo e da un’osservazione attenta da parte di noi adulti. La visione dei laboratori di Zer0Magazine mette insieme i nodi della rete della generazione degli adulti e della generazione di bambini e ragazzi: quello che sappiamo e quello che sanno, quello che capiamo e quello che capiscono, quello che noi domandiamo e quello che loro domandano. Per mettere in pratica la nostra visione abbiamo elaborato delle strategie diverse da classe a classe ma anche istantaneamente differenti rispetto alle differenti circostanze davanti alle quali ci ha posto ogni singolo gruppo. Nelle classi quinte della scuola primaria abbiamo pensato di partire dalla “lingua madre” intesa come lingua della famiglia: molti sono i bambini bilingui nella nostra comunità e le lingue delle famiglie possono essere anche due o tre oltre all’italiano. Si tratta di una ricchezza oggettiva, non solo in quanto sono noti gli effetti sul potenziamento cognitivo del bilinguismo ma anche perché esso può aprire all’esperienza del mondo, restando tra i banchi di scuola. Potremmo considerare sempre “bilingui” bambini e ragazzi, perché il loro linguaggio ha una grammatica e una sintassi differente: non mi riferisco alla competenza linguistica ma al modo nel quale il bambino segue le regole di concretezza e fantasia in una forma logica che somiglia molto all’approccio con il quale la poesia affronta la realtà. Nell’ambito dei laboratori con i bambini di dieci e undici anni, raccogliendo storie sulle provenienze delle varie famiglie, un bambino ci ha detto “quando torna mio fratello/ per me tutto il mondo è salvo”. Ci salviamo un po’ tutti in effetti: quando torna l’altro e non lo abbiamo perso. Il ritorno dell’altro ci salva nei conflitti quotidiani, nelle distanze affettive e concrete, nella paura di non trovarsi più o non volersi più bene. Ci salviamo un po’ tutti quando siamo noi l’altro che conosce la strada per andare e quella per tornare. Ci salviamo un po’ tutti quando un bambino, con la gioia dei suoi affetti, si sente meno solo, meno spaventato, meno arrabbiato. Un’espressione così potente nasce nel modo in cui questo bambino ha messo insieme, dentro di sé, tutte le identità linguistiche e territoriali della sua famiglia, in un’unica appartenenza: quella dell’essere fratelli nel mondo.

IMG_20180628_154642.jpg

In altri casi abbiamo giocato con alcune opere d’arte, sfidando un po’ l’idea che i capolavori sono “perfetti”, intoccabili, che di meglio non si possa fare. Nelle classi della prima media abbiamo iniziato l’attività laboratoriale partendo da una suggestione che ha suscitato entusiasmo quando l’abbiamo proposta: abbiamo chiesto ai ragazzi appena approdati alle scuole medie di creare una piccola guida rivolta alle quinte elementari che aiutasse ad affrontare le inevitabili preoccupazioni di questo importante passaggio. Quante volte siamo noi adulti genitori e professori a “spiegare” come sarà il passo successivo del percorso scolastico. Ma siamo sicuri che il nostro punto di vista sia all’altezza delle loro curiosità e dei loro timori? E chi è più esperto di questo passaggio se non i ragazzini della prima media? Dentro le scuole medie sono i più vicini ai bambini della quinta elementare, ma sono già esperti di come funziona questo nuovo mondo. Così, ci hanno fornito un “vademecum” redatto da veri esperti.


La prima media è facilissima basta studiare cose già fatte in quinta elementare ma un pochino più approfondite. Nell’estate avevo davvero paura con il mio migliore amico. Tutti e due parlavamo di come fosse la prima media in modo negativo ma non in modo positivo. Il 12 settembre arriva il giorno più aspettato ma anche più temuto. Nella tua testa pensavi che non ti avrebbero messo con il tuo migliore amico o “non voglio andare in questa classe” ma intanto che la mia testa stava esplodendo la vicepreside mi mise nella prima … Nella classe ci stavano tutti i genitori e alla fine davanti a tutti mia madre mi salutava e non so perché ma mi sentivo in imbarazzo. I due consigli che ti do è di farti amica la professoressa e di studiare e di non parlare con il compagno di banco che così non ti spostano. Prima: Pensavo che le medie fossero un incubo, pensavo che le professoresse ci caricassero di compiti e che al minimo disturbo in classe mettessero una nota, pensavo anche che se non mi sarei impegnata al massimo sarei stata bocciata e infine se avessi preso un sei in pagella sarebbe stati guai per me e per la mia famiglia Dopo: Dopo ho scoperto che le medie non sono un incubo bensì un sogno: hai sempre qualcuno accanto e sei pieno di amici, le professoresse danno i compiti, molti compiti, ma sono facili. Non bisogna avere paura, i professori sono bravi e molto pazienti con noi, soprattutto con gli alunni. Dopo le elementari ho scoperto che le medie sono meravigliose.

Consigli:
– Non abbatterti per i brutti voti e vai avanti
– Stai attento nelle verifiche
– Impegnati al massimo


Ragazzi il primo giorno avete lo stomaco in gola ma comunque appena entrate in classe con un abbraccio di mamma vi è già passato tutto. A me mi è capitato un grande cambiamento, ero senza amici ma poi troverete una grande persona che vi starà accanto e questo ve lo assicuro. Queste scuole sono meglio delle elementari e spero che vi piacciano. Molti pensano che nelle medie ci sono gli armadietti, si cambia classe ogni ora, si fa ricreazione fuori ma sono solo americanate.


Consigli:
– Non portate patatine o cioccolatini perché i compagni
si trasformeranno in morti di fame e ti romperanno finché
non gli dai qualcosa.

Quando andavo alle elementari mi bullizzavano sempre e non riuscivo a fare amicizia ma poi quando sono diventato grande ho saputo difendermi. Ma in me c’era ancora qualcosa che non andava. Poi quando sono andato alle medie credevo di aver fatto un passo gigantesco e poi ho scoperto qual era il mio sogno quando sarò diventato grande. E il mio sogno è: lavorare per comprarmi iPhone o fare il montatore video. Le medie sono diverse dalle elementari, si entra a scuola alle 8: l’appello, le giustificazioni, la lezione. Sinceramente avevo paura ma ero in parte felice perché volevo capitare in una classe con tutte persone che non conoscevo perché odiavo i miei vecchi compagni di classe ma purtroppo conoscevo tutti. Pensavo che le medie erano tipo i campi di concentramento ma per bambini. Pensavo che erano più severe e che sarei andato peggio. A scuola vado bene ma la cosa brutta è che non ho amici. Prima pensavo che le medie fossero più difficili delle elementari e che avrei fatto fatica a fare nuove amicizie è stato più facile di quanto pensassi. Le professoresse che ho sono molto brave, spiegano molto bene e aiutano me e i miei compagni quando abbiamo bisogno. Le cose da studiare sono più difficili ma se ascoltate le professoresse quando spiegano studiare sarà una passeggiata. Rispetto alle elementari, le professoresse da voi si aspetteranno un’esposizione migliore.

IMG_20180628_154735

Consigli pratici:
– essere educati
– ascoltare le prof
– non interrompere la prof mentre spiega
– non chiacchierare con il compagno di banco
– fare quello che dice la prof e non fare di testa propria
– cercare di non farsi odiare dalla prof già dal primo
giorno di scuola
– studiare sempre

Nelle seconde medie ci siamo poste come obiettivo quello di portare nel dibattito della comunità e del territorio la visione dei ragazzi. Un obiettivo decisamente alla loro altezza. La concretezza delle loro richieste e l’acume delle loro osservazioni racconta come a volte si sentano tagliati fuori dalla possibilità di essere ragazzi appieno e non solo consumatori di oggetti e spazi ma protagonisti competenti del loro tempo. Nelle domande che i ragazzi hanno immaginato di porre al dirigente scolastico emerge una  confusione di ruoli, linguaggio e competenze (ad es. Egregio dirigente scolastico ma è lei che stampa e scrive le circolari o è la preside?). Ad ogni modo, la sintesi del loro sguardo sull’ambiente scolastico, ci fornisce in un colpo d’occhio, una visione di insieme su esigenze, bisogni, domande.


Perché non possiamo riavere le stanze dei laboratori di informatica, musica, scienze e arte? Perché non ci sono specchi in bagno? Vorrei saponi nei bagni. Perché c’è una svastica in bagno? Perché le aule hanno muri che sembrano un carcere? Perché non abbiamo sedie più comode? Perché non ci sono pennarelli per le lavagne? Perché non tutte le classi hanno la LIM? Perché sono stati i genitori a montarci la LIM e non la scuola? Perché devono intervenire sempre loro? Perché non puliscono bene le classi? Egregio signor Preside, vorrei dei banchi nuovi.

Sicuramente la domanda che accomuna tutti i ragazzi ruota intorno al tema della ricreazione: un tempo che dovrebbe essere di pausa, di libertà e esperienza diretta tra compagni:


Perché la ricreazione non è più lunga? Perché non si può fare ricreazione in cortile? Dateci la possibilità di uscire dalla classe durante la ricreazione. Io chiederei al dirigente [di darci, n.d.r.] più responsabilità e di non tenerci segregati in classe e di darci la libertà di fare una ricreazione che ci faccia svagare e fogare. Permetteteci di dedicare almeno 10 minuti ai compleanni e poter portare qualche stuzzichino per festeggiare. Noi abbiamo una ricreazione molto limitata, abbiamo solo 10 minuti per mangiare, senza avere tempo di scambiare alcuna parola. Vorremmo che, in questa ricreazione, uscissimo nel campo di fronte (usandolo come giardino) per far sì che i ragazzi nell’ora dell’andare a scuola, siano felici di andarci.

La connessione tra scuola e comunità di appartenenza si realizza anche sulle strade che bambini e ragazzi percorrono per andare a scuola, nell’esperienza dell’ambiente intorno alla scuola. Abbiamo chiesto cosa vorrebbero domandare al sindaco:


Servono posti di ritrovo per noi ragazzi. Vorrei delle rampe per fare freestyle con la bicicletta. Io al sindaco chiederei un luogo dove i ragazzi possono passare il pomeriggio. A Morlupo ci stanno due giardinetti uno dove ci sono le persone un po’ più anziane e bambini, quindi non è luogo per giocare a palla, e uno che sta nella parte più remota di Morlupo, che per arrivarci ci metti poco ma visto che sta nella parte più remota quindi non ci sono bravissime persone e in più c’è un cartello con scritto “VIETATO GIOCARE A PALLA” Perché il comune ha speso i soldi per costruire una fontana (che è sempre spenta) invece di spenderli per le scuole? Perché il comune spende così tanti soldi per le strade, quando la scuola è messa ancora peggio? Perché non ci sono riscaldamenti nella palestra? Perché il comune non spende i soldi per restaurare la scuola elementare C.U.? Perché iniziate dei progetti e poi non li finite sprecando molti soldi? Vorrei campi scuola al di fuori dell’Italia. Chiederei al sindaco di dare la possibilità alle scuole di fare più laboratori.

Ci è sembrato di intravedere il desiderio autentico di essere parte attiva: capire cosa sia un sindaco o immaginarsi sindaco, rivela l’ascolto che i ragazzi pongono alle vicende della comunità.

Perché il vecchio sindaco se ne è andato? Perché non ha pensato bene al lavoro che avrebbe dovuto fare prima di candidarsi? Che requisiti bisogna avere per essere un sindaco? Egregio signor Sindaco di Morlupo visto che ora il commissario ha preso il suo posto, lei dove è andato? Perché in paese non si fanno più feste, sagre? Se fossi sindaco riparerei le scuole, le strade… Organizzerei molte feste e sagre per i ragazzi e i miei amici. Feste a tema, ogni mese, gratis! Costruirei un parco per i cani.

La comunità della scuola o del proprio paese si allarga al mondo, alle vicende che arrivano in classe o nelle famiglie come un rumore di fondo, un rumore che a volte resta dentro, senza trovare risposte.


Perché l’ISIS fa queste stupidaggini? Cosa hanno nella testa i “terroristi”? Perché tutte le persone non vengono trattate nello stesso modo? Gli alieni non esistono o è una bugia del governo? Le medicine contro il cancro ci sono ma lo stato non le vende per soldi? Gesù è esistito o è una grande bugia? Perché l’essere umano si è evoluto ma le scimmie di oggi non lo fanno?

Siamo nell’epoca dei nativi digitali e bambini e ragazzi sono piuttosto esperti di “motori di ricerca”: sanno chiedere a Google, Wikipedia, Youtube. Chiedere non serve solo per cottenere informazioni, chiedere fa parte del mettersi in relazione. Tutti siamo nati chiedendo, perché tutti siamo stati neonati e bambini: abbiamo chiesto cibo, aiuto, conforto, gioco, affetto, compagnia, abbiamo chiesto infinite volte “perché?”. Ma a volte quando si inizia a “diventare grandi” si comincia a confondere l’autonomia con il non chiedere più. Sembra che chiedere ci renda in qualche modo più fragili, ci esponga su una specifica vulnerabilità: “ho bisogno di…”.

IMG-20180426-WA0000.jpg

Eppure, quella posizione di vulnerabilità è una risorsa fondamentale nella vita adulta. Saper chiedere ciò di cui si ha bisogno, a se stessi e agli altri, crea la possibilità perché questo bisogno possa essere soddisfatto. Da bambini, da ragazzi e poi da adulti, alcuni bisogni restano fondamentali: bisogno di ascolto, di affetto, il bisogno di essere visti dalle persone vicine, il bisogno di esprimere la propria individualità. Così, dopo aver chiesto cosa volessero domandare al dirigente scolastico e al sindaco, abbiamo chiesto ai ragazzi quale fosse la domanda che avrebbero voluto fosse fatta loro:

in un periodo che è stato molto difficile per me vorrei che mi avessero chiesto: come va? Tutto bene? Vuoi parlarne? Ma nessuno me lo chiese. Questo perché nascondevo la mia tristezza dietro un sorriso. […] oppure  vorrei che mi chiedessero: hai paura di diventare grande? […] e poi mi piacerebbe tanto che mi chiedessero: chi è che ti prende sempre in giro? […] Come stai? Ti unisci a noi per una camminata? Cosa vuoi fare oggi? Di cosa hai paura, che stai sempre escluso? Perché ti comporti cosi? perché piangi sempre? Perché sei triste? Ti hanno preso in giro? Ne hai parlato con i tuoi genitori? E con i tuoi amici? Vuoi essere mio amico? Perché oggi sei triste, ti posso aiutare? Perché hai paura? Come ti senti? Ti vuoi mettere con me? Ti posso regalare il tuo gioco preferito? Di cosa hai paura? Come stai? Quale emozione provi in questo preciso momento? Ti serve una mano? Cosa farai da grande? Hai voglia di crescere? Cosa vorrei che mi venisse chiesto da un mio amico… che sono simpatico. Cosa vorrei che mi venisse chiesto da una prof. Che sono bravo? Chi sei veramente? Non quello che dimostri, ma chi sei tu? Una domanda che mi farebbe piacere ricevere è “ti va di uscire?” questa domanda fa sempre piacere, anche ai grandi, ne sono sicura, perché uscire fa dimenticarsi dei problemi Vorrei che qualcuno mi chiedesse qual è la MIA idea di felicità.

L’esercizio della domanda e del dialogo ci ha di nuovo portato dove non immaginavamo. Una ragazza di prima media, presente in un laboratorio Zer0Magazine che stava avendo luogo in una classe di seconda media, di ritorno al laboratorio della sua classe, ha espresso il desiderio di potere lavorare ai temi di entrambi i laboratori. Questa richiesta ha reso possibile ancora una volta, uno spazio di ascolto inaspettato e autentico che è andato oltre ogni nostra aspettativa nata nel momento in cui il gruppo di psicologhe e psicoterapeute del Centro Libellula aveva concepito, mesi prima, i temi e l’approccio dei laboratori Zer0Magazine di quest’anno.

Avrei tanto voluto che qualcuno mi chiedesse: “qualcuno ti ha ferito  motivamente?” Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse come è stato essere bocciato Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse aiuto perché a me piace aiutare Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse come sto invece di chiedermi che voto ho preso Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse come mi sentissi dopo qualche mese di scuola Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse Sinceramente, come va? Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse: mi vuoi
bene? Ti va di andare a prendere un gelato? Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse: hai avuto delusioni in amore? Avrei voluto tanto che qualcuno mi chiedesse: ti piace davvero questa cosa che fai o la fai tanto per fare felici i tuoi genitori?

Nelle varie attività che può svolgere uno psicologo, domandare è certamente un’attitudine non indagatoria ma esplorativa: delle risorse e dei problemi, dei n odi da sciogliere e di quelli da rinforzare. Il nostro ruolo in questi laboratori è stato quello di promuovere un’esperienza in cui ognuno potesse sentire di avere il suo posto nella rete e sentisse di poter esprimere la sua unicità, sperimentando ascolto e rispetto. Zer0Magazine non è un compito, abbiamo detto, non è una prestazione né una competizione, ma un’esperienza di comunità a partire dall’idea che ognuno è competente. Noi abbiamo sfidato i ragazzi ad ascoltarsi, loro ci sfidano ad ascoltarli.

foto di Marta Paniccia 

cropped-whatsapp-image-2018-01-08-at-3-58-03-pm-1.jpeg

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...