Che cos’è la demenza? di Emanuela Salati

di Emanuela Salati

mia sceltaCon l’avanzare dell’età è normale un calo della memoria ed in generale dell’efficienza cognitiva. I riflessi sono più lenti, può succedere di dimenticare una cosa sentita
poco prima o che non venga in mente una parola o un nome di persona. In alcuni casi tuttavia queste difficoltà sono frequenti e tali da compromettere la qualità della
vita e l’autonomia di una persona, in questi casi si può parlare di deterioramento cognitivo o demenza. La forma più conosciuta è la malattia di Alzheimer che riguarda circa il 60-80% delle forme di demenza ma esistono anche altre forme, sia primarie, come la demenza fronto-temporale e la demenza a corpi di Lewy, sia secondarie, come la demenza vascolare. La prevalenza nei paesi industrializzati, come l’Italia, è circa del 8% negli ultrasessantacinquenni e sale ad oltre il 20% dopo gli ottanta
anni. Ma com’è possibile capire se si tratti di normali dimenticanze o se invece è l’inizio di un problema più serio? Nella malattia di Alzheimer il primo sintomo sono i problemi di memoria. Spesso si tratta di dimenticanze relative alla vita quotidiana, come il luogo dove si è appoggiato un oggetto o entrare in una stanza e non ricordarsi cosa si è andati a cercare, o difficoltà a ricordare gli appuntamenti, mentre i ricordi di eventi legati ad un passato più remoto sono maggiormente conservati. Queste dimenticanze tendono ad aumentare con il passare dei mesi, inoltre nel tempo si aggiungono difficoltà
in altre aree cognitive oltre alla memoria, come difficoltà di linguaggio, ad esempio anomie (la difficoltà nel denominare gli oggetti), o difficoltà in quelle che sono
chiamate “funzioni esecutive”, ad esempio la capacità di pianificazione o di soluzione di problemi. Con il passare del tempo queste difficoltà diventano tali da compromettere
l’autonomia e l’autosufficienza della persona. In altri casi, come nelle demenze fronto-temporali, ad esordio più precoce verso i 50-60 anni, i primi sintomi si
manifestano con alterazioni del comportamento e della personalità (la persona diventa più apatica e disinteressata o al contrario maggiormente irritabile e aggressiva)
e con difficoltà di linguaggio, mentre la memoria è relativamente conservata.Copertina ZM 2018

È importante rivolgersi ad uno specialista per una corretta diagnosi differenziale, per distinguere una depressione da una pseudo-demenza depressiva o da un inizio di demenza. Inoltre la diagnosi di demenza può essere fatta solamente quando c’è una compromissione delle autonomie e del funzionamento sociale e lavorativo. In alcuni casi infatti è presente un disturbo di memoria che rimane relativamente stabile nel tempo ed a cui non si associano né alterazioni delle altre funzioni cognitive né una evidente compromissione nell’espletamento delle attività quotidiane. In questo caso non si parla di demenza ma di Mild Cognitive Impairment (MCI).
La diagnosi può essere fatta solamente da un medico (neurologo o geriatra) che attraverso la raccolta anamnestica, le indagini strumentali (TAC, risonanza magnetica ecc..) e i risultati a test neuropsicologici può definire se si tratti o meno di demenza.
In Italia nel 2000 è stato istituito il progetto CRONOS che prevedeva la costituzione di circa 500 centri UVA (Unità Valutazione Alzheimer) per la valutazione, la diagnosi
e la definizione del piano terapeutico per persone con demenza. I farmaci per la demenza (anticolinesterasici) infatti possono essere prescritti solo da uno di questi
centri specializzati, che rilascia un piano terapeutico con il quale si possono ottenere gratuitamente. Oltre alla terapia farmacologica, che comunque non cura ma rallenta il decorso della malattia, cercando di mantenere il più a lungo possibile l’autonomia della persona, esistono anche delle terapie non farmacologiche che non sono sostitutive ma complementari all’approccio farmacologico. In particolare attraverso la terapia di
stimolazione cognitiva, la ROT (terapia di orientamento alla realtà) o il memory training si cerca di potenziare le abilità residue ed acquisire strategie di compenso per
le abilità deficitarie, con l’obiettivo di rallentare o stabilizzare la progressione della malattia e conservare il più possibile l’autonomia del soggetto migliorandone il funzionamento sociale e lavorativo e parallelamente ridurre il carico gestionale e lo stress del caregiver.

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