Alfabeto provvisorio delle cose

Per quanto riguarda i lavori del fondo librario, iniziamo dopo il trasloco, facendo un po’ di ordine. Perciò approfittando del nuovo posizionamento dei libri, riproponiamo alcune brevi note di lettura che hanno contraddistinto negli anni il nostro impegno di ricerca nell’ambito delle scritture che ci sono sembrate interessanti soprattutto per via della loro indipendenza. Buona lettura!

Su Alfabeto provvisorio delle cose di Adriano Padua

Arcipelago Edizioni, 2009

di Viviana Scarinci

il vero non ha fonte da cui sorge
la favola ci dice meraviglia
quest’epoca di troppo è fuori dalla storia
andiamo vieni via
ti porto dove non

Marianne Moore il mondo se lo figurava come ciò che non è affatto nostro se non per atti di “possesso immaginari”. Personalmente l’ho sempre inteso così il mondo visto dall’ottica di chi scrive poesia, e il poeta, un essere necessariamente provvisorio nell’ambito di un alfabeto condiviso.

L'afabeto Padua.jpgTuttavia a volte, in alcuni poeti, si vede il patire un’intenzione. Un’intenzione di scrivere poesia che può essere originale, congegnata più o meno abilmente o magari ricalcata poiché ammirata altrove, nel discorso poetico altrui, ma non si avverte, in questi poeti, quasi mai, il patimento di un proprio ritmo, cioè di un tempo isolato che non potrebbe essere altrimenti, senza particolari intenzioni estetizzanti.

È in questo senso che le poesie di Alfabeto provvisorio delle cose fanno la differenza in un modo così accurato da rammentare la necessità di perdere il filo della propria individualità per poter assentire, sapendo già che nulla insorgerà per discutere del contrario.

Paradossalmente, sembra che per Padua il poeta sia sufficiente a se stesso e la poesia un’intenzione superflua e a volte anche da rifuggire in quanto forviante, in quanto iperdotata di un “peso” sillabico insostenibile: non serve poesia perché/i testi non hanno incidenza sul tardi/nella loro esistenza soltanto/in cui l’effettiva/autonomia di un pensiero/produce materia verbale.

È chiaro quindi fin dall’inizio che qui non siamo al cospetto/del nostro tormento. Il filo che lega in una consequenzialità quello che di materiale c’è negli elementi, diventa in questo piccolo libro una rete di sottecchi, un’enucleazione problematica, una costellazione di errata corrige del visibile, come se scrivere poesia provocasse una personalissima sequela di errori necessariamente indirizzati a carico della mutezza del reale.

Le cose non nominate o appena dette, quelle che popolano di giorno e di notte lo spazio che ci circonda fino a lambire le appendici del nostro corpo, fino a essere il nostro stesso corpo, qui in convegno, ci scrutano appena e assumono il loro peso specifico di capelli, occhi, architetture e tecniche solo per sostenere una sorta di involuzione in un pensiero che le partecipi in modo soggettivamente originario e perciò indiscutibile.

E anche nella voce poetica dello stesso Padua, oltre che nel suo “metodo”, si avverte la necessità di perdere il filo, di allentare la sorveglianza sul concatenarsi apparente dei fatti per poter dire: dunque la città non esiste, in quanto luogo del cibarsi, del crescere e decrescere, del rovesciamento della sorte, dell’impennata dei fatti illusori che compongono la realtà nelle sue limitazioni ripartite nell’epica infinitesima di un istante che ci creda tutti presenti.

A tratti, ma è anche questa un’illusione, sembra che per Padua tutto si riduca a un’intesa circa la propria matrice, quale che sia; e posti i sensi in quel luogo, aspettare un palpito che quando arriva non potrebbe essere altrimenti che il tempo e il luogo di una nascita: il tempo metrico, il luogo lirico in cui appaia che questa provvisorietà del tutto alienata non è nient’altro che un luogo geometrico. Come in effetti ogni poesia è sempre frutto di una logistica, per quanto amena, in quanto tracciato prodotto dall’intersezione in un punto, di ascisse e ordinate del tutto sfasate.

Nel caso di Padua la curva che viene da questo incrociare lirica e metrica su un piano non-cartesiano dovrà essere per forza di alfabeti una parabola non probante: le barriere e il disordine scritto/collegati/sulla pelle e alle forme/costruendo un difetto di spazio.

Da lettrice appassionata di poesia mi capita di cercare quello che non so, quello che mi manca di sapere per fare maldestramente fronte a qualcosa che frontalmente è invisibile ma collateralmente no. Questo alfabeto provvisorio sembra esercitarsi proprio su quel fronte collaterale, cioè un fronte i cui effetti sono imperscrutabili dal punto di vista allopatico, anche se qui enunciati con esattezza sintomatica e una perizia davvero singolari.


già sul sito Viadellebelledonne 

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