… ma chi era Caterina Paluzzi?

di Viviana Scarinci

stavo in orazione: mi parve di essere pigliata e di essere alzata da terra e io spaventata un poco ebbi paura che non fosse il demonio che così volesse ingannarmi (…) la notte mi sognai che venivano due volando, sebbene io non vidi che avessero ali, ma vidi che venivano dal cielo e volessero pigliarmi e io stavo pensando chi fossero e mi parve di sentire che erano venute tutte e due per impararmi a volare

Francesca Paluzzi, in religione Caterina, nacque il 7 marzo 1573 nel feudo Orsini di Morlupo. Secondogenita degli otto figli di Pietro e di Ortensia Giorgi, analfabeta fino all’adolescenza, presto orfana, prese su di sé, ancora giovanissima, la responsabilità del mantenimento dei fratelli. A 17 anni, pur rimanendo a vivere nella casa dei genitori come capofamiglia, divenne terziaria domenicana con il nome di ‘suor Caterina di Gesù e Maria’, in onore di Santa Caterina da Siena.

io che non avevo prudenza e carità gli risposi che bona era la parte di Marta, ma ottima quella di Maddalena e che poi ero risoluta di servire a Dio anche se mi fossi ritrovata in Turchia; e che loro mi avessero aiutata; che se io non faceva bene per me; non ci sarebbe stato chi ne avesse fatto (…) Da lì a poco morì mia Madre e poco dopo di lei morse mio Padre e a me rimase la cura di casa con otto loro figlioli, quattro maschi e quattro femmine e io ero la prima sebbene uno dei maschi era prima di me. Dio sa se ebbi da fare.

Tuttavia da molto prima di allora Francesca, pur avendo le idee molto chiare rispetto alla difficoltà della sua condizione, maturava un sogno del tutto improbabile e per di più, dall’età di dieci anni, aveva delle “visioni” che la prostravano o la esaltavano, a seconda, lasciandola comunque sconcertata.

Nel caso di Francesca, il primo miracolo tra tanto sfortunata condizione familiare, fu l’incontro con Don Migliacci, che avvenne poco prima la morte dei genitori. Migliacci arrivato a Morlupo come confessore, cresciuto alla scuola di San Filippo Neri, intuì che le “visioni” di quella ragazzina analfabeta non erano frutto di esaltazione, né rielaborazioni fantasiose di qualche spunto dottrinale volgarizzato. Insomma quello che allora doveva essere, per una donna in odore di santità, un accertamento cavilloso e discriminatorio, nel caso di Francesca, non fu un problema. O meglio fu la prova meno gravosa che la qualità e quantità delle sue “visioni” dovettero affrontare per essere considerate un messaggio di Dio piuttosto che del diavolo, sempre in agguato, specialmente quando si trattava di pulzelle.

A 29 anni, quando ormai qualcuno dei fratelli era morto e altri avevano preso la loro strada, Francesca, insieme a quattro compagne – la sorella Settimia, la cognata, una zia e una cugina – iniziò a condurre vita comune nella casa paterna di Morlupo, seguendo la regola del Terz’ordine di San Domenico. Rivoluzionario fu che suor Caterina non abbia mai preteso la dote dalle consorelle che non ne fossero nella disponibilità, le quali altrimenti erano tenute a versarla per fare parte di quella che sarebbe stata la prima cellula di un monastero di clausura che molti anni dopo avrebbe goduto la proprietà di oltre 15 vani, parte dei quali affacciati sulla piazza principale del paese.

Ciò fu possibile grazie alle elemosine, all’incessante lavoro al telaio di tutte le terziarie che erano chiamate in questo modo a creare da sole la propria economia e soprattutto alla caparbietà di suor Caterina nel perseguire un sogno che era di impossibile realizzazione per mille ragioni ma che anno dopo anno portò all’acquisto, come era fin dall’inizio nelle dichiarate intenzioni della futura Priora, di tutte “le case contigue per potersi dilatare”.

In ogni caso la vita per Francesca e le sue terziarie era difficilissima. Se suor Caterina godeva della stima e dell’amicizia di alcuni esponenti di spicco dell’aristocrazia e del clero romano, a Morlupo alcuni “la trattavano da hipocrita, e che con fintione di virtù si andasse procurando il concetto di Santa, per potere in tal guisa ottenere buone limosine […] Né lasciavano di tacciare i suoi così spessi viaggi. Che non conveniva in nessun modo, che andasse tanto girando una giovane donna» (Filippo Maria di S. Paolo, 1667).

Nel 1610 l’arcivescovo di Milano, Federico Borromeo, giunto a Roma per la canonizzazione dello zio Carlo, la volle incontrare. A tanto era giunta la fama di santità di suor Caterina in ambiente romano, portata soprattutto dal dono della veggenza nelle “visioni”. Tornato a Milano, Federico e Caterina iniziarono a scriversi. Le lettere del Borromeo alla Paluzzi, sono dopo l’autobiografia vergata da suor Caterina, la documentazione più straordinaria in cui la biografa si possa imbattere:

Mando una poliza di 200 scudi per la fabrica, o altro bisogno di monasterio: non li ho mandati prima, perché se tu fai bene il conto, io non ho ricevuto in 6 mesi altro che due lettere delle tue. Et se vai adietro così, si scriveremo molto di raro. Né vale e a dire io ho da fare. Credimi a me che hai di bisogno ancora tu, di chi ti dica la verità nelle visioni; nelle quali altri mai non si deve fidare di sé; et il suo pericolo (come ti dissi a bocca) è di non discernere la vera dalla falsa; et credimi Caterina, ch’è più difficile che non credi, et si deve conferire, et non stare in sé sola, ancora sotto pretesto di segreto.

Visioni del vero che si nasconde nella realtà o illusioni che allontanano dall’esistenza? Quello che ci risulta delle visioni delle mistiche ci è spesso arrivato per loro pugno, dalla scrittura. Questo vale anche per suor Caterina esortata dal suo confessore a scrivere. La scrittura di Caterina come quella delle mistiche all’incirca coeve, risente di una sintassi non organizzata, l’io sparisce e ricompare senza soluzione di continuità, enunciati contradditori si giustappongono creando un effetto di una vividezza formidabile, quasi leggendo udissimo il parlato di Caterina, Angela, Teresa, Veronica e le altre, la loro cadenza, le loro omissioni. La parola scritta di Caterina è una parola detta e per comando di terzi trascritta. Tuttavia nell’atto dello scrivere, diventa un dispositivo meditativo importantissimo per una mistica cui, in quanto donna, era concesso di praticare la santità piuttosto che di specularla. In questo senso le parole di Caterina somigliano a quelle di certa poesia contemporanea. Una sorta di vocabolo irriflesso la cui tenuta sta soprattutto nelle interpunzioni del respiro.

L’autobiografia di suor Caterina Paluzzi è la testimonianza di una donna molto speciale al cospetto dell’enormità della propria fede. Tuttavia per quanto il documento originario sia stato reso leggibile dall’accurata messa in prosa del compianto Monsignor Giovanni Antonazzi, è Antonazzi stesso a spiegarne l’eccezionalità del testo originale vergato da Caterina:

Improvvise intuizioni, infuocate aspirazioni, vivide immagini, sentimenti in tumulto si affollano e si sovrappongono senza un ordine prestabilito e una disposizione sintattica. Donde periodi incompiuti e sintatticamente sospesi, proposizioni senza soggetto scavalcato da un’altra idea, anacoluti frequenti e però efficacissimi, successioni interminabili di preposizioni subordinate …

Francesca morì a Morlupo il 19 ottobre 1645 e fu sepolta nella chiesa del monastero da lei fondato e intitolato a Santa Caterina da Siena, dove tuttora si trova. Il prossimo incontro del progetto Morlupo Città della Poesia “C’era una volta Caterina, la Venerabile” che si terrà presso la Chiesa Santa Maria al Borgo, il 25 giugno alle 21, inaugura il nostro percorso di ricerca nell’ambito dell’Archivio Storico Diocesano di Nepi. Percorso che culminerà in ottobre, con la presenza del Vescovo Monsignor Romano Rossi, al secondo evento previsto nell’ambito di Morlupo Città della poesia 2016, dedicato alla Venerabile di Morlupo.

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