L’infanzia dei nomi di Giorgio Bonacini

Viviana Scarinci

Niente è un pensiero imbecille:/ma la sua incurvatura che rotola e svia/già mi attrae.
Giorgio Bonacini
L’aria grigia esterrefatta/ si agghiaccia al suolo/percossa da mille travagli/e trafitture/che conosciamo noi/al valico sovrumano. Lorenzo Calogero

C’è un accenno continuo a una sorta di valico sovrumano di provenienza calogeriana nella poesia di Giorgio Bonacini. Un passaggio che per Bonacini, come per Calogero, ha la stessa concretezza di un attraversamento che congiunge due versanti differenti. Ossia ciò che è al di qua e ciò che è al di là del nascere: là dove il verbo “nascere” riacquista ogni minuziosa e oscura digressione che articola tutte le sue prerogative.

Il soggetto che Bonacini pone concretamente a conoscenza di quel valico ne L’infanzia dei nomi[1], ha le caratteristica di un “noi” che tuttavia è un “io” scardinato dalla propria singolarità e perciò maggiormente conscio di una cifra che assume l’aspetto nevralgico di una lesione collettiva, nel momento in cui la conoscenza sembra sul punto di varcare una soglia. Una soglia che si sappia decisiva e che non si varca, rientrando nella dispersione di una memoria quasi del tutto perduta, una sorta di ricordo relativo all’agghiacciarsi primigenio dell’aria/anima a contatto con la superficialità del suolo.

Se nascendo si pervenisse al suolo da un sostanziale altrove, come pare ipotizzare Bonacini, nascere equivarrebbe a collassare in una ricaduta e in un presente che non ci vede del tutto assunti alle cose visibili. Allora bisogna che l’orientamento venga affidato alla natura incerta del suono[2]. Per Bonacini ha un suono incerto, infatti, l’unica voce che muove e attraversa il valico. Ed è udibile soprattutto a fronte della resistenza afona della materia finalmente raggiunta, quando si arriva mentre tutto è già iniziato, e quella voce che pronuncia se stessa per la prima volta, si è certi di conoscerla in virtù del miraggio che, altrove, se ne è avuto.

Forse per questo l’esergo de L’infanzia dei nomi indica di porre attenzione soprattutto al linguaggio dei bambini, all’impressione, niente affatto elementare, di assenza di miti che lo contraddistingue, se non quelli che sono impartiti loro quando attraverso il mito, gli adulti imbastiscono la storia dell’avvicendarsi delle cose visibili e invisibili. In ogni caso, scrive Rosa Pierno su L’infanzia dei nomi “che siano bambini o sogni, plurime apparenze o idee proiettate, non importa al lettore instradato da Giorgio Bonacini su un percorso che ha quasi la forza di una rivelazione non comunicabile”[3]

Infatti fin da L’edificio deserto[4] si avverte la necessità, da parte del poeta, di un’enunciazione individuale ma derubricata dalla soggettività, che accetta il rischio di non essere compresa nel suo volersi rivolgere comunque al logos dominante. È così che quel “noi”, che scandisce tutto lo svolgimento de L’infanzia dei nomi, inizia lettrici e lettori a un tipo di esplorazione la quale procede per digressioni che non qualificano nulla, pur enunciando un cifrario che ha la stessa attendibilità del sillabario di certezze in uso. Il sintagma amoroso che consente a quel frammento di contenere questa ricaduta infantile, già veniva espressa da Bonacini ne L’edificio deserto:

Calore – inattuabile/ luogo di inverificabili amori,/ logologia esaustiva assurda/ poiché non predisposta in avvenire

L’unica assunzione di realtà possibile, può avvenire nel ricordo del presente, scriveva Bonacini in quel suo libro: le cose che apparentemente si stanno compiendo adesso, sono altre da quelle che la memoria può tentare di riassumere in questo momento. Precisa Flavio Ermini nella postfazione dell’ultima edizione di Teneri Acerbi[5] “Nel pensiero poetico (…) è esattamente la separatezza a fare problema”. Una separatezza da punto a punto del percorso che non tende verso raggiungimenti ma piuttosto si compie nella copertura ritmica del tempo, manifestata da un’oscillazione più significativa di qualsiasi approdo. Allora può accadere che l’infanzia sia un luogo che si raggiunga da reduci, come una nudità di ritorno, un ritrovamento perinatale, il recupero di un sé tutt’uno col materno, un sé preesistenziale che conserva intatta la pluralità del possibile e si manifesta in tutta la sua integrità conchiusa e perenne, talvolta sottacendo, talvolta sovrintendendo ogni sceneggiatura e ambientazione di poi.

L’obiettivo di Bonacini è l’individuazione di un’urgenza rivolta alla parola ancora non conquistata, che dilata in intensità fini a se stesse. Intensità pregresse che nonostante manifestino la necessità di esprimersi, sviano il vaglio dello sguardo che già si pone nella postura algebrica che calcola ciò che è visibile e ciò che non lo è. È questo il necessario ritorno cui conduce L’infanzia dei nomi: cosa potrebbe accadere dopo e di più importante, rispetto a questa intensità intatta e sottratta all’offesa della nomina? Se non una lunga e inutile partita secondo l’avvicendarsi egemone del marchio e del possesso?

Bonacini cerca l’intensità prima che si indebiti e diventi linguaggio: è un lavoro mnemonico rischiosissimo di cui L’infanzia dei nomi mostra l’ossimoro smagliante nel suo comporsi entro una mappa a ritroso. La mappa di una voluta retrocessione compartecipe ma solo perché avvinta dalla necessità della propria stessa individuazione. Il viaggio in un a posteriori che progressivamente scolora, allo stesso modo che scolorano tutti gli orizzonti davvero avvicinati anche solo di un passo.

A leggerlo come un racconto, L’infanzia dei nomi, ci si accorge che tutto ha inizio con una rivelazione: se allora li avessimo guardati veramente, tutti i nomi non ancora pronunciati, avremmo potuto vederli prima che sparissero, riprodotti nella loro solitudine infantile, suggellati in similitudini cieche, provenienti da quell’ignoto-prima-di-saperne che articola la saggezza suprema e perduta dei bambini. L’infanzia schiude il regno della separatezza in cui lasciati, adagiati, compresi nei loro segreti i nomi minuscoli mantengono per sempre la stessa inviolabilità dei corpi minuscoli, e i nomi come i corpi restano perennemente irrorati dal candore niveo del loro primo sangue.

Tuttavia esserci allorché essi c’erano, non è stato possibile se non che esserci solo ora, attraverso il mito ritardatario della loro storia che certo non può essere del tutto loro, in quanto siamo noi a raccontarla. E solo dopo che li abbiamo irrimediabilmente persi:

Se avessimo capito – se solo/avessimo ascoltato i loro soffi/i mormorii, tutti i dolori tra le cose/anche dormire, anche restare/accartocciati in scricchiolii/avrebbe dato all’emozione/un segno vivo, un’altra traccia/un senso vero di attenzione.

E soprattutto quel nome che sarebbe stato importante ricordare più di ogni altro, si è lasciato dimenticare nella fugacità della sua stessa crescita, ingannato da un segmento di tempo ben teso tra età e età, costretto a un indirizzo frontale, quando per garantirgli la sopravvivenza sarebbe bastato molto meno:

Ma per muovere quell’unico/congegno avremmo usato poco/più di un occhio solo – un colpo/breve, nitido, addestrato/a catturare nella notte le paure/e i vuoti al petto, i sogni brevi/che costringono a gelare ogni/pensiero, al sonno di un ricordo/nella gola, e l’istinto tra le dita.

In effetti sarebbe bastato poco perché quel nome sopravvissuto e rafforzato dall’essere pronunciato nella sua esattezza, fosse venuto in aiuto piuttosto che essere soccorso, portando una dote molto più risolutiva di un’allusione entro il teatro di fantasia delle nostre convinzioni. Quel nome e soltanto quello, avrebbe soccorso la folla di tutti quei nomi orfani così cupi, così chiusi e ammutoliti incapaci di essere nutriti da un qualche vero dissenso perché proprio lì anche/un piccolo e indicibile ronzio sarebbe/nato a fiato morto – senza voce.

Infatti non è sopravvissuto quasi nulla a quello che sembra soprattutto uno sperpero. E quasi nulla sarebbe risultato superstite, se anche fosse accaduto che la cronaca del venire e dell’andarsene di quel nome, avesse coinciso con l’attenzione millimetrica di un autentico rispecchiamento e con il tempismo inaudito con cui l’intermittenza affonda nel tempo più di quanto affondi il divenire. Non è dunque accaduto nulla di salvifico, il tempo in ogni caso non risarcisce nessuno e quello che rimane del nostro vero nome è poca cosa entro l’orizzonte disatteso dell’attenzione adulta:

una strana/sorpresa fuggita dal corpo/e lasciata da sola a cantare/a concedere un dono, a lasciarci/guardare e finalmente a provare/una fame di consolazioni, ignota/e sensibile, stretta al suo mondo/o in un legno d’appoggio avvitata.

13.
E non avremmo chiesto nulla
non ci saremmo chiesti niente
se non fossimo inciampati
se l’aggressione che li avrebbe
portati a svaporare non fosse
stata l’unica emozione, quella
stessa differenza dentro l’ombra
di una scienza o il vecchio amore
senza ritmo, senza frasi, in sordità.
Allora non sarebbero potuti
riapparire, né svanire o ritornare
in questo luogo come foglie
appese a poco – fortunatamente
inesorabili in quel poco.

14.
Se tutta quella forza e quelle
immagini, il teatro in fantasia
delle nostre convinzioni sulla
scena, non ci avessero ingannato
non sarebbero rimasti così cupi
così chiusi e ammutoliti non
avrebbero taciuto il loro sibilo
attenuato fortemente quel fruscio
dando un oscuro sentimento
al senso d’arte, a quel dettaglio.
Non avremmo più potuto alimentarci
nel dissenso, perché lì anche
un piccolo e indicibile ronzio sarebbe
nato a fiato morto – senza voce.

Bibliografia di Giorgio Bonacini

Non distruggete l’immondizia Correggio, Edizioni Gabiot, 1976; Teneri acerbi con una nota critica di Giuliano Gramigna, Verona, Anterem Edizioni, 1988 (Premio Lorenzo Montano); L’edificio deserto con una nota critica di Niva Lorenzini, Bologna, Edizioni di Parol, 1990; Sotto la luna con Giovanni Infelìse, Bologna, Book Editore, 1991; Il limite con una nota critica di Lucio Vetri, Bologna, Book Editore, 1993; Falle farfalle con disegni di Alberta Pellacani, Verona, Anterem Edizioni, 1998; Quattro metafore ingenue, Lecce, Manni Editore, 2005; Sequenze di vento con prefazione di Mara Cini  e postfazione di Marco Ercolani, Le Voci della luna, 2011; Teneri Acerbi 53 poesie, con prefazione di Flavio Ermini, Anterem 2014.
________________________________________
[1] Il testo integrale http://www.poesia2punto0.com/2015/03/22/inediti-n-24-giorgio-bonacini/
[2] La natura incerta del suono testo pubblicato su Anterem 88 http://www.anteremedizioni.it/numero_88_giugno_2014
[3] http://rosapierno.blogspot.it/2015/11/giorgio-bonacini-infanzia-dei-nomi-e.html
[4] https://rebstein.wordpress.com/2009/10/17/ritmi-dinsonnia-di-giorgio-bonacini/
[5] http://www.anteremedizioni.it/teneri_acerbi_di_giorgio_bonacini

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Pubblicato su fondo librario

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