Una poesia dal Fondo: Hilde Domin

di Viviana Scarinci

Hilde Domin

Hilde Domin

Lettere su un altro continente

Lettere su un altro continente

Hilde Domin, classe 1909, è tra quei poeti che hanno vissuto direttamente le conseguenze del nazismo sulle loro vite. Ma più che la bufera che imperversava in Europa in quegli anni su ebrei, minoranze etniche e oppositori al regime, Domin sosteneva che fosse stata sopratutto la poesia a entrare inaspettatamente nella sua vicenda personale come una seconda vita o come dovrebbe fare l’amore, del tutto inaspettatamente e senza invito. E’ una seconda vita quella che l’avvento della poesia impone secondo Domin, non sul piano metaforico ma bensì su quello temporale. Quindi la poesia può arrivare a dividere la vita in due parti anzi in due vite separate e differenti, quella della donna di prima e quella della seconda donna. Per quel che la riguarda lo spartiacque, la stessa Domin lo individuerà nella morte della madre avvenuta quando si trovarono, madre, figlia e il marito di lei, da esuli nella Repubblica Dominicana per un periodo di quattordici anni. Il tema nella poesia qui proposta è la distanza che fa dell’elementare inconciliabilità – tra fisica delle mani che si muovono in una stanza e metafisica dell’occasionalità di un sogno – una sorta di paradigma domestico che sfuma oltre la casa e la stanza in cui le mani sono impegnate in un’evidenza che potrebbe significare tutt’altro. Si ha come l’impressione che l’autrice confessi in questa poesia di vivere di una visione dimezzata la cui parzialità la rende una presenza integra a chi la guarda ma allo stesso tempo inconoscibile a se stessa. Impossibile sapere di sé se non attraverso l’occhio dell’altro che può a sua volta essere guardato ma solo da lontano e non oltre l’inconoscibilità del suo profilo. Mi viene da pensare a Anna Maria Ortese quando parla de Il porto di Toledo e della relazione importante che questo romanzo ha con l’inconoscibilità di come ognuno di noi appartenga sia alla Storia, con la S maiuscola, che alla propria storia personale. Ortese scriveva in merito “ogni cosa è intimamente inconoscibile. Non per tutti. Per alcuni – e dovevo vedermi tra questi – l’inconoscibile è il vero. Un tempo, un paese possono essere senza lapidi, come la luna. E uomini e donne possono non avere vero nome, essere unicamente forze ostinate, ignoti suoni. C’è la storia fuori, c’è la Tigre nel cielo; e qui, nulla. Come in una casa (città) dimenticata”. Sembrerebbero d’accordo senza conoscersi le quasi coetanee Ortese (1914) e Domin sull’inconoscibilità, se non fosse che in Domin la radicalità di quanto non sarà mai conoscibile, parrebbe vissuta secondo un’estetica dell’isolamento, per così dire, propositiva, e perciò meno drammatica rispetto a quella della scrittrice italiana.

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